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Sentenza Fortugno: ergastoli per esecutori e mandanti
Locri. La Corte d’Assise di Locri ha condannato, questa mattina, Alessandro e Giuseppe Marcianò, Salvatore Ritorto e Domenico Audino alla pena dell'ergastolo per l'omicidio di Francesco Fortugno.
Il vicepresidente del Consiglio regionale della Calabria ucciso a Locri il 16 ottobre del 2005, davanti al seggio delle primarie dell’Unione allestito a Palazzo Nieddu.
In camera di consiglio da lunedì scorso la corte presieduta da Olga Tarzia ha accolto in buona parte la tesi dell’accusa rappresentata dal procuratore di Reggio Calabria Giuseppe Pignatone e dai pm Mario Andrigo e Marco Colamonici. Infliggendo ai quattro imputati le durissime pene, ma assolvendo i due Marcianò dall’accusa di associazione mafiosa. E condannandoli, invece, per omicidio aggravato dalle modalità mafiose. Una circostanza che in aula ha provocato anche un equivoco tra i familiari dei due imputati, quando la dott.ssa Tarzia ha pronunciato per prima la parola “assolti” suscitando le grida di gioia dei parenti ben presto tramutate in urla di disperazione e invettive contro la stessa presidente.
Il legale dei Marcianò, l’avvocato Menotti Ferrari, ha rimandato qualsiasi commento alla lettura delle motivazioni, pur non mancando di sottolineare che mai si sarebbe aspettato una simile decisione. E aggiungendo che, “tra l’altro, l’assoluzione mafiosa fa cadere la causale politica e fa diventare questo omicidio un fatto personale".
Le richieste dell’accusa sono state accolte in parte anche per gli imputati Vincenzo Cordì e Carmelo Dessì, condannati rispettivamente a dodici e quattro anni (i pm avevano chiesto 16 e 12 anni), mentre fedeli alle istanze dei pubblici ministeri sono le pene inflitte ad Antonio Dessì (otto anni) e Alessio Scali (tre anni e sette mesi, anche se il reato di associazione mafiosa è stato ritenuto assorbito in una sentenza precedente).
L’omicidio quindi, conferma la Corte, fu materialmente commesso – dopo una serie di appostamenti e pedinamenti - da Salvatore Ritorto che agì a viso scoperto, sparò contro il politico della Margherita cinque colpi di pistola (uno solo dei quali si rivelò mortale) e dal luogo del delitto si allontanò a piedi. Ma fu pianificato nei giorni precedenti, insieme ai mandanti: Alessandro e Giuseppe Marcianò. Indicato, quest’ultimo, come colui che il 16 ottobre del 2005 accompagnò il killer a Palazzo Nieddu.
Le cause dell’omicidio
La decisione di uccidere Fortugno – per la conferma della quale rimaniamo in attesa delle motivazioni della sentenza - sarebbe maturata già in seguito alla sua elezione. Quando, inaspettatamente, ebbe la meglio su Domenico “Mimmo” Crea, il primo dei non eletti nel suo stesso partito. Lo aveva già spiegato in aula il pm Marco Colaminici, che nel corso della requisitoria aveva citato l’ex consigliere regionale indicandolo quale “referente della borghesia mafiosa, quella zona grigia che si accaparra finanziamenti illeciti”. Tanto che “a suo sostegno fu creato uno dei più potenti cartelli politico-mafiosi della fascia ionica reggina al quale hanno preso parte le principali cosche ed in particolare quelle di Melito Porto Salvo, Africo e Locri”. E sarebbe stato proprio per consentire l’ingresso del Crea in Consiglio regionale - cosa che poi avvenne - che Alessandro e Giuseppe Marcianò, a lui legati, avrebbero arbitrariamente messo in atto il progetto omicidiario alla totale insaputa dello stesso Crea. Che infatti non è indagato per quel delitto. E che oggi è detenuto con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, nell’ambito di un’indagine su presunte infiltrazioni della criminalità organizzata nel settore della Sanità e per la gestione della clinica di famiglia “Villa Anya”. Secondo il pm Colamonici, “un serbatoio di consensi”.
Le reazioni
La lettura della sentenza è stata tra le lacrime dalla vedova Fortugno, Maria Grazia Laganà, che uscendo dall’aula ha commentato: "Oggi si è raggiunto un primo importante passo. Ma oggi stesso invito a continuare le ricerche. E' necessario raggiungere gli altri livelli". "Il mio unico sforzo - ha aggiunto la parlamentare del Pd - é stato quello di avere giustizia non solo per me ma per tutta la Calabria. Quello che voglio porre in rilievo è che la sentenza è venuta da una Corte d'assise di Locri in cui oltre ai togati ci sono giudici popolari. E' un messaggio importante per la Calabria".
Sulla stessa lunghezza d’onda le dichiarazioni del senatore Giuseppe Lumia, presente in aula, a Locri, che dopo aver ringraziato le forze dell’ordine e la magistratura ha dichiarato: la sentenza “può diventare una risorsa per dare coraggio alla società e per avanzare lungo le altre tappe della verità". "Mi auguro che si potrà svelare il sistema delle collusioni costruite dalla 'Ndrangheta e che si è abbattuto su Fortugno".
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