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Dia, storico maxisequestro di beni al clan Rugolo

Reggio Calabria. Maxisequestro da 40 milioni di euro ai danni della cosca Rugolo di Castellàce, frazione di Oppido Mamertina tristemente nota per una cruenta faida che segnò gli annali della ‘ndrangheta. Ieri mattina, a illustrarne i risultati c’erano, tra gli inquirenti, il procuratore distrettuale Giuseppe Pignatone e lo stesso “numero 1” della Direzione investigativa antimafia, generale Antonio Girone.
La legge 125 del 24 luglio scorso, all’articolo 10, consente che le misure di prevenzione personale & patrimoniale possano essere chieste e applicate anche disgiuntamente e che dopo la morte del soggetto proposto possano essere disposte nei confronti degli eredi, entro 5 anni dal decesso.
Una delle prime applicazioni in Italia di quest’ultima previsione si verifica nel Reggino, col clan Rugolo; sèguito ideale dell’operazione “Saline”…
Un patrimonio per circa 12 milioni risultava nelle disponibilità dello storico capoclan di Castellace "don" Mico Rugolo (personalmente, tramite le 4 figlie, il genero Domenico Romeo e altri prestanomi).
Beni immobili, aziende, partecipazioni azionarie (e perfino la titolarità di una squadra di calcio, al Delianovese) per altri 28 milioni complessivi sono invece riconducibili ai fratelli Princi: Natale e però (questo il punto!) anche Nino, l’imprenditore gioiese assassinato con un’autobomba (a sua volta tra i generi di Rugolo, avendone sposato la figlia Grazia).
In particolare, Romeo sarebbe stato il prestanome di Mico Rugolo per gli appalti; Princi quanto al versante imprenditoriale.
E le indagini sul versante penale (dal processo Saline in poi) hanno già acclarato come sussistesse tramite Pasquale Inzitari anche una formidabile interfaccia politico-istituzionale…
Per Natale Princi, destinatario di una delle due misure, si applica la previsione a carico degli indiziati d’intestazione fittizia dei beni aggravata dall’agevolazione dell’associazione mafiosa.
Da ora in poi, estenderemo a tappeto questi ulteriori strumenti d’aggressione ai patrimoni delle cosche>, ha detto tra l’altro Girone, che ha stigmatizzato la ricerca di consenso sociale da parte dei clan anche attraverso iter apparentemente innocui come la proprietà di una società calcistica minore…
Il procuratore Pignatone ha avuto modo di sottolineare tra l’altro quanto siano risultate preziose, in questo caso, le intercettazioni che le Camere si apprestano a depotenziare…
E in questa vicenda, marcata Dia & Dda di Reggio, oltre alle tecnicalità c’è pure una “morale” di fondo: nessuno, neppure gli eredi “puliti”, dovrà poter godere i frutti di vergognosi reati di mafia.