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‘Cologno, duro colpo alla 'ndrangheta Infiltrazioni in appalti e alta velocità
16 Marzo 2009
Milano. Pasquale Barbaro, capobastone della famiglia Barbaro-Castano, di Platì, morto a Pavia nel 2007 stando alle indagini dei carabinieri, era ”elemento centrale del sistema per chiamata diretta sui cantieri dell’Alta velocità”. Lo si evince da alcune telefonate intercettate dai carabinieri e riportate nell’ordinanza di circa 400 pagine, emessa dal gip di Milano Caterina Interlandi, che ha portato in carcere 20 persone nell’ambito dell’operazione “Isola” sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta nel settore degli appalti.
In una telefonata del 13 giugno 2005 tra un imprenditore e un altro componente dell’organizzazione, Romualdo Paparo, quest’ultimo - annotano i militari – “riferiva orgogliosamente al suo interlocutore di essere stato interpellato per primo”, in relazione ai lavori: “Ha chiamato prima me - spiegava Romualdo Paparo - … il compare Pasquale Barbaro da chi è andato…”. ”Che si tratti di un ’sistema’ illegale, ma basato su accordi tra organizzazioni criminali di tipo mafioso - scrive il gip - è circostanza di cui era ben consapevole lo stesso Paparo Romualdo”, che al telefono dice: “Pure ieri il compare Pasquale…gli ha detto ‘compare non mi interessa il discorso… che qua prendiamo solo per un’associazione… una decina di anni… comunque vediamoci domani mattina che facciamo una cosa, dai”. (ANSA)
Colpita la terza generazione della famiglie Nicoscia e Arena. Nell'arsenale anche un lanciarazzi
Uno dei cantieri in mano alla 'ndrangheta MILANO - Associazione per delinquere di stampo mafioso, detenzione e porto illegale di armi (tra cui un lanciarazzi in dotazione alla Nato), tentato omicidio, estorsione. La 'ndrangheta calabrese di terza generazione aveva in pugno appalti e aziende a Cologno Monzese, come prova l'operazione «Isola» che ha fatto scattare, all'alba di lunedì, 22 ordinanze di custodia cautelare (9 arresti in flagranza, 11 già in carcere, 2 latitanti) da parte dei carabinieri di Monza. Le indagini sono partite dopo che, nella notte tra il 3 e il 4 ottobre scorso, alcuni colpi di arma da fuoco sono stati esplosi a Cologno Monzese contro l'abitazione e l'auto di Marcello Paparo, imprenditore ed esponente di una storica famiglia della 'ndrangheta di Isola di Capo Rizzuto, da tempo contrapposta a un altro clan di quella stessa area della Calabria. Gli elementi raccolti hanno confermato la presenza nel territorio di Cologno Monzese di clan collegati alle famiglie Nicoscia e Arena della 'ndrangheta calabrese e le loro attività finalizzate al riciclaggio di denaro sporco, favoreggiamento di latitanti e sfruttamento dell'immigrazione clandestina. Già da più di due anni, inoltre, la Compagnia Carabinieri di Sesto San Giovanni indagava nei confronti di una presunta associazione di tipo 'ndranghestico radicata a Cologno Monzese. Le indagini hanno portato al sequestro di numerose armi e all'arresto in flagranza di reato di 9 persone. Sono stati eseguiti 18 decreti di perquisizione a carico di altri indagati a vario titolo coinvolti nell'indagine, in domicili e sedi di imprese in provincia di Milano, Como, La Spezia, Bergamo ed Alessandria. Le ordinanze sono state emesse dal Gip di Milano su richiesta del pm della Direzione Distrettuale Antimafia, Mario Venditti.
IL PADRINO - A finire in manette è stato anche il capo della banda, Marcello Paparo, 45 enne originario di Crotone. A lui e alla figlia Luana, di soli 20 anni, sono riconducibili una serie di società, come il «Consorzio YtakA» o la «P e P» specializzata nella movimentazione terra. Cooperative che mirano ad espandersi e nel farlo, spiegano gli inquirenti, «adottano modalità mafiose». Per esempio, la banda è sospettata di aver gambizzato, a Milano, il vicepresidente di una cooperativa che non avrebbe accettato di farsi da parte nelle trattative per la realizzazione di un polo commerciale. Il gruppo Paparo era riuscito a infiltrarsi nella tratta Pioltello-Pozzuolo Martesana per la realizzazione dell'Alta Velocità: una presenza che ha messo in allarme gli inquirenti. I controlli all'interno dei cantieri hanno permesso, spiegano gli investigatori, di «accertare la presenza illegale dei Paparo».
NELL'ALTA VELOCITA' - Attraverso i classici sistemi di intimidazione mafiosa, l'organizzazione esercitava il controllo del territorio e riusciva a inserirsi nelle procedure di assegnazione di appalti di importanti società impegnate nella realizzazione di opere pubbliche, tra le quali quelle della realizzazione di alcune tratte dell'alta velocità delle Ferrovie Italiane. Uno dei provvedimenti restrittivi ha riguardato anche un sottufficiale della Guardia di Finanza in servizio al Gruppo di Monza. Sequestrati beni per 10 milioni di euro fra terreni, capannoni, appartamenti e due autorimesse, le sei società riconducibili al gruppo, oltre al centro medico polidiagnostico San Maurizio, e 100 mila euro in contanti.
LE ARMI - Tra le armi a disposizione della cosca dei Paparo c'era anche un lanciarazzi in dotazione alle forze armate delle Nato. Giancarlo Paparo, fratello del presunto capo del clan Marcello, «deteneva - si legge nell'ordinanza - per conto del sodalizio un'arma da guerra del tipo «controcarro» in dotazione alle forze armate della Nato». Giancarlo Paparo, infatti, si occupava, secondo l'accusa, dell'approvvigionamento e della custodia delle armi del gruppo.
LA TERZA GENERAZIONE - «Quella condotta dai carabinieri è un’indagine particolarmente significativa che ha permesso di individuare la terza generazione della 'ndrangheta in Lombardia, quella costituita da imprenditori che agiscono con metodologie mafiose, grazie alla forza di intimidazione che nasce anche dal collegamento con le casi madri in Calabria» spiega il procuratore della Repubblica di Milano Manlio Minale, chiarendo che «la prima generazione era dedita alle estorsioni dirette e al traffico di stupefacenti, e la seconda dimostrava la volontà di partecipare agli utili delle aziende imponendo la propria presenza in qualità di soci occulti». Secondo il procuratore, la nuova generazione, «presente nel tessuto socioeconomico lombardo e forte dei capitali accumulati dai nonni e dai padri», va oltre «l’intermediazione parassitaria tipicamente mafiosa» e mostra anche il «tentativo di svincolarsi dalle case madri per poter fare affari e tenersi fuori dai contrasti e dalle faide che caratterizzano i territori di origine in Calabria». Insomma le ’ndrine del milanese dimostrano «non piena autonomia ma una certa libertà d’azione», tanto da trovarsi in alcuni casi al centro «di pretese da parte delle casi madri». Minale si riferisce al fatto che gli arrestati nell’operazione condotta dai militari del Gruppo di Monza e dei colleghi della Compagnia di Sesto San Giovanni (Milano) sono considerati affiliati alle famiglie degli Arena e dei Nicoscia, ’ndrine al centro di una sanguinosa faida che ha per teatro Isola Capo Rizzuto (Crotone). Mentre in Calabria parlano le armi, nel milanese le due famiglie sono alleate dal 2006 per spartirsi gli affari, prevalentemente, incentrati sugli appalti nel settore edile.
IL PD: PREOCCUPATI PER L'EXPO - «Esprimiamo le nostre congratulazioni alle forze dell'ordine per l'operazione avvenuta in queste ore che ha sgominato a Milano l'attività criminale dei clan collegati alle famiglie Nicoscia e Arena della 'ndrangheta calabrese», scrivono in una nota il responsabile sicurezza del Pd, Marco Minniti, e il deputato lombardo, Vinicio Peluffo. «Ribadiamo, allo stesso tempo, le nostre preoccupazioni, che sollevammo già a settembre del 2008 con una interrogazione ai Ministri dell'interno e delle Infrastrutture a cui non abbiamo ricevuto alcuna risposta, per il concreto rischio d'infiltrazione mafiosa per la gestione, il controllo degli appalti e i contratti di Expo 2015». Insistono Minniti e Peluffo: «Chiediamo quindi, di risponderci urgentemente per sapere quali iniziative intendano intraprendere affinché si eviti l'infiltrazione mafiosa negli appalti previsti nelle opere di Expo 2015 e se non ritengono opportuno istituire un ente di controllo degli appalti, in collaborazione con la Direzione investigativa antimafia, con il compito di verificare le procedure di affidamento degli appalti e degli incarichi per il raggiungimento di Expo 2015, anche quelle in deroga alla legislazione vigente dovute a interventi in emergenza previste dalla normativa sui grandi eventi». ( Corriere della sera.it )
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