GHERARDO COLOMBO
“IL VIZIO DELLA MEMORIA”

La memoria, filo che unisce passato, presente e futuro, ha seguito in questo paese le sorti di un vizio più che quelle di un valore rispettato e custodito come chiave di interpretazione fondamentale delle vicende umane e alla fin fine di sé stessi. Parlo di vizio in un duplice senso: da un lato, avere memoria dei fatti del passato non è una qualità oggi particolarmente apprezzata; la memoria è un vizio, un ingombro indesiderato che si vorrebbe annullare nell’illusione di essere più “liberi”; dall’altro, la memoria dei fatti può essere inesatta, imprecisa o selettiva, insomma una memoria viziata dalla volontà di adeguare il passato ai fini raggiunti, di asservire ciò che è stato a ciò che si è diventati. Quante volte la memoria è stata condizionata in modo da ricordare soltanto alcune cose passate e censurarne rigorosamente altre!
Questo è un paese che ha poca memoria: il contesto degli eventi meno recenti non lo conoscono più in molti. Altri non lo hanno mai conosciuto, perché troppo giovani.
L’omicidio dell’avvocato Giorgio Ambrosoli, di cui avremmo scoperto esecutori e mandante, è seguito al crac del più grande banchiere privato dell’epoca, Michele Sindona; o meglio, a un evento eccezionale per allora e forse anche per oggi. Michele Sindona, al contrario di quel che era stato fatto (e sarà fatto) per altri potenti, organici al sistema dell’epoca, che si erano appropriati di denaro della comunità e l’avevano spesso sperperato, non è stato salvato.
Michele Sindona, iscritto alla loggia P2, amico di governanti, profondamente inserito negli ambienti finanziari internazionali, definito da una delle persone più potenti in Italia come una specie di salvatore della patria, è stato lasciato fallire e - ripeto, contrariamente alla regola - non è stato reintegrato nelle sue indebite fortune. Anzi, è finito in carcere negli Stati Uniti ed è finito in carcere in Italia, dove è stato condannato all’ergastolo dai giudici di primo grado proprio per l’omicidio dell’avvocato Giorgio Ambrosoli. Michele Sindona è morto a sua volta, in carcere, a Voghera, per aver bevuto un caffè avvelenato. Ero convinto, al momento, che si potesse trattare di suicidio, voluto fino in fondo o conseguenza di calcoli errati nel mettere in opera un colpo di teatro finito tragicamente. Dubitavo, allora, che Michele Sindona fosse in possesso di segreti tali da renderlo pericoloso a qualcuno, perché ormai era emarginato dagli ambienti che contano. Più le indagini di Mani Pulite sono proseguite, e più mi sono convinto del contrario. Non so se sia stato ucciso; potrebbe essere ma potrebbe anche non essere; in ogni caso era sicuramente in possesso di notizie “riservate” molto qualificate, la diffusione delle quali avrebbe messo in difficoltà persone di grande rilievo.
Credo che questo mutamento di opinione sia significativo. Vuol dire che, nonostante il punto di osservazione particolarmente privilegiato (già nel 1992 avevo potuto constatare la patologia della società italiana degli ultimi vent’anni), è stato necessario partecipare alle indagini sulla corruzione per potermi rendere conto, in un percorso non ancora finito, dell’entità e della qualità dell’illecito sommerso, degli intrecci, delle collusioni, degli interscambi, delle complicità tra il potere e il delitto.
Si è trattato di un apprendimento progressivo, come quasi sempre accade. Indagando sull’omicidio di Michele Sindona, Giuliano Turone e io abbiamo scoperto la loggia P2, capeggiata da Licio Gelli. Anche di questa, dei suoi iscritti e delle gesta di molti di loro, si è persa memoria. Le indagini sulla loggia P2 sono state trasferite a Roma, in un batter d’occhio, dalla Corte di Cassazione: iniziate nel marzo 1981, già nel settembre dello stesso anno trasmigravano. Anni d’investigazioni, e poi il processo di primo grado e quello d’appello hanno portato ad alcune condanne, ma la natura della P2 è riuscita a sfuggire, e quegli intrecci, quelle collusioni, quelle complicità che sarebbero potute emergere allora sono ancora sommersi.
Certo, quella scoperta ha consentito di ampliare il campo visivo in una duplice direzione. Quanto al passato, l’esperienza ha fornito possibili chiavi di interpretazione di alcune cose che già erano successe; quanto al futuro, ha indicato delle vie da seguire, ha aperto la prospettiva di nuove scoperte. Ma allora il livello di conoscenza era ancora troppo limitato: si poteva intuire e supporre, tuttavia mancavano troppi tasselli per ricostruire l’intero mosaico.
Qualcosa di analogo si è verificato con la scoperta dei cosiddetti fondi neri dell’IRI (che riguardavano in effetti soltanto due società del gruppo), avvenuta subito dopo la chiusura delle indagini sull’omicidio dell’avvocato Ambrosoli. Nonostante l’esperienza accumulata analizzando le carte della P2 e verificando i ricatti e le complicità sottostanti alle vicende di Michele Sindona, lo stupore di imbattermi nell’appropriazione di centinaia di miliardi appartenenti a un ente pubblico e destinati a essere utilizzati a fini politici e propagandistici è stato assoluto. In quell’occasione ho iniziato a nutrire i primi sospetti sull’esistenza di un sistema, e cioè che i rapporti tra la gestione del potere e l’illecito non fossero occasionali, sporadici, frutto dell’iniziativa di questo o quel potente, personaggio politico o alto funzionario che fosse.
Anche queste ultime indagini hanno soggiornato a Milano per un breve periodo. Con rapidità forse maggiore rispetto alla vicenda P2, la Cassazione ha deciso per la competenza di Roma e gli atti sono stati trasferiti a quella sede.
Ancora un allargamento della visuale e, insieme, l’inizio di una trama originata dalle coincidenze, non soltanto nel comportamento della Cassazione, che lega la prima vicenda alla seconda. Per fare un esempio, la banca utilizzata per creare i fondi neri vantava tra i suoi massimi dirigenti almeno una mezza dozzina di persone risultanti negli elenchi della P2, e colui che materialmente ha curato la costituzione dei capitali distratti era tra queste. E ancora, nel corso di una perquisizione cui sono state sottoposte alcune persone che hanno maneggiato tali fondi, è stato trovato un dettagliato appunto collegabile agli aspetti economici del salvataggio di Michele Sindona. Dai fogli trovati si intuiva che qualcuno avesse stabilito di utilizzare parte dei fondi neri dell’IRI proprio per coprire i buchi delle banche del finanziere fallito.
Ecco dunque il formarsi della memoria, e l’importanza della memoria. I fatti, gli eventi considerati da soli, in sé, senza collegamenti non significano nulla. Sono episodi, e come tali non fanno parte di niente. Ma metterli l’uno di seguito all’altro vuol dire porre le basi per capire, per stabilire cause ed effetti, per individuare contesti e fare previsioni.
Il sistema scoperto con Mani Pulite, perfettamente coerente con gli squarci che si sono aperti in precedenza, è il sistema del guasto dei rapporti, della rottura delle fedeltà, della dissoluzione delle responsabilità, della violazione delle regole e così via. Per intendersi, quando Michele Sindona si lamentava per il trattamento che gli era stato riservato, certo non era giustificabile. Ma il suo punto di vista aveva una logica, perché il fatto che nel contesto complessivo solo a lui si applicassero le regole, e a tutti gli altri no, non aveva spiegazioni. Era fuori dalla normalità l’avvocato Ambrosoli, il fatto che fosse coerente, il fatto che fosse rigoroso, che non si lasciasse corrompere. Ed era fuori dalla normalità Mario Sarcinelli, alto dirigente della Banca d’Italia che stava dalla parte di Ambrosoli, per coincidenza arrestato da un giudice istruttore romano in un momento decisivo per le sorti future di Michele Sindona. Loro erano i devianti, non Michele Sindona, forse nemmeno nell’ordinare l’omicidio di chi più degli altri gli metteva i bastoni tra le ruote.
Nel rileggere le pagine che ho scritto mi prende un timore. Che la memoria sia disprezzata da coloro che hanno costruito il sistema e da coloro che ne hanno tratto vantaggi è ovvio. Se sono stati parte della corruzione che ha guastato, rotto, dissolto, viziato, alterato, depravato, violato e immarcescito la convivenza civile e i rapporti tra gli uomini, la memoria per loro è un fastidio, un ostacolo, qualche cosa di cui liberarsi. Ma ho il timore che la memoria non sia tenuta in conto nemmeno da chi con impegno e rigore vuole che si esca dal sistema, vuole contrastare la corruzione e riaffermare un modo di vita civile. Il timore è che anche le persone per bene non abbiano sufficiente memoria. Per esempio, delle conseguenze della separatezza, delle sedi esclusive, della gestione occulta del potere. Se anche gli uomini di buona volontà non hanno memoria, questo paese è in un vicolo cieco.