Dr. Pietro Grasso
Procuratore della Repubblica di Palermo
Roma, 9 dicembre 2003
Quello che distingue la mafia, rispetto alle altre similari organizzazioni, è il suo profondo radicamento sociale, la ricerca del consenso e di partecipazione al potere ed il suo interessato rapporto con la politica.
Sarebbe, d’altronde, del tutto fuorviante e riduttivo tentare di spiegarne la secolare continuità limitandosi a considerarla con esclusivo, o principale, riferimento alla sua, pur violentissima, componente criminale.
Volendo risalire alla individuazione delle origini e delle cause di tali particolarità, occorre tenere presente che il conseguimento di una posizione di monopolio (in economia) o di presenza condizionante (in politica) attraverso l’uso, o la minaccia, della violenza, ha da sempre imposto al mafioso la necessità di costruire, ampliare e rafforzare una fitta rete di rapporti con le altre persone “che contano” nel medesimo ambiente.
L’”uomo di rispetto” si colloca, così, al centro del divenire delle relazioni sociali. E vi rimarrà pur nel mutare degli assetti politici, economici e sociali susseguitisi nel tempo.
Il suo comportamento fondamentale si incentra nella mediazione tra classi sociali in stato di conflittualità, anche latente, e tra queste ed il potere politico-burocratico, sempre, naturalmente, in chiave di composizione tra opposti interessi. Sorge così la nozione concettuale di “clientela”.
Il rapporto clientelare possiede più di una componente in comune con la relazione interpersonale di tipo mafioso.
L’uno e l’altra, infatti, presuppongono una netta disuguaglianza di status e di potere tra i soggetti interessati. Il lato debole è, ovviamente, costituito dai “clientes”, quello forte dai “padrini”.
Il rapporto che li lega si fonda sullo scambio tra le risorse possedute dal padrino, che si impegna ad usarle in modo da favorire o, quantomeno, non ostacolare il cliente e la contropartita offerta da quest’ultimo in termini di fedeltà, disponibilità, astensione da comportamenti non graditi ed uso del voto in conformità alle indicazioni ricevute.
La catena clientelare si stringe, in ogni caso, mediante una disparità di forza contrattuale apparentemente compensata dal riferimento a valori quali il sentimento di protezione, da un lato, e la fedeltà “per grazia ricevuta”, dall’altro. In realtà è l’intimidazione, anche se non palese, a cementare il nesso.
La sanzione per l’eventuale trasgressione può raggiungere il colpevole, che perciò la teme, anche in termini di emarginazione sociale oltre che, naturalmente, in modo diretto e violento. Ipotesi, quest’ultima, tipica della relazione a sfondo mafioso.
Il clientelismo, insomma, costituisce la forma più scontata e ovvia di associazione allorquando sussista, in concreto, una situazione di disuguaglianza e, quindi, di potenziale subordinazione di talune fasce sociali rispetto ad una, o più, élite.
Così avviene, per esempio, nel legame che si stabilisce, sussistendo le predette condizioni, tra elettore e partito politico.
Il nesso clientelare conviene ad entrambi. L’elettore ne ricava il convincimento di avere tratto il massimo vantaggio dall’uso del voto che, se sottratto allo scambio, finirebbe con il risolversi nella mera manifestazione di un credo politico, piuttosto che di un altro, e, quindi, nella assenza di alcun concreto beneficio.
Il partito politico, a sua volta, si giova per la raccolta del consenso della via più facile, quella cioè della sapiente distribuzione delle risorse di cui dispone. Ben più arduo e vago risulterebbe il tentativo di conseguire lo stesso risultato attraverso appelli o messaggi privi di qualsiasi contenuto materiale. Con, per di più, l’ulteriore posta attiva costituita dallo stretto collegamento che così si stabilisce tra incremento delle risorse disponibili e misura del consenso conseguito.
Il ruolo della mafia, in un contesto di tal fatta, assume connotazioni determinanti per il raggiungimento dei fini che la caratterizzano. La funzione di mediazione che le è propria le consente, infatti, di valorizzare al massimo la logica clientelare della quale, inoltre, è essa stessa sapiente interprete e, tutto sommato, originaria progenitrice.
Ma quali sono le ragioni per cui un rapporto istintivo, come quello clientelare naturale, in un contesto di disuguaglianze profonde, di potenziale subordinazione di alcune fasce sociali rispetto ad altre, non trova dovunque il medesimo sviluppo?
Orbene, l’humus meno favorevole allo sviluppo del clientelismo è costituito solo marginalmente da dati di tipo culturale, o ambientale. Il vero discrimine è rinvenibile nelle seguenti situazioni: a) esistenza di una burocrazia informata a criteri di efficienza e legalità; b) assenza di usi discriminatori delle risorse e dell’ amministrazione da parte dei partiti politici, che tale propensione inevitabilmente tendono a realizzare.
La storia del Mezzogiorno non ha mai conosciuto la sussistenza di tali situazioni.
Il primato della dimensione clientelare ha favorito al massimo la permeabilità del sistema politico all’infiltrazione mafiosa.
La colpevolizzazione di questo, o quel partito politico è del tutto inutile e marginale. Le condizioni di quel primato preesistevano tutte. L’autentica, grave responsabilità è di tipo omissivo e consiste, cioè, nel non avere operato in modo tale da rimuovere quella tendenza. Ma in un sistema di concorrenzialità elettorale, tale compito non poteva in alcun modo essere coronato da successo ove un solo partito se ne fosse dato carico. L’unico risultato certo sarebbe stato, infatti, quello di assicurarsi una caduta del consenso in favore dei partiti concorrenti e, non disposti a muoversi in sintonia.
Ciò spiega anche perché è del tutto erroneo collegare il voto mafioso ad un solo partito o, comunque, a tutto il partito.
E’ il sistema dei partiti nel suo complesso, quelli di governo naturalmente in misura nettamente superiore e proporzionale alla propria forza, che si è macchiato della gravissima colpa di avere rinunziato ad elevare la qualità della politica, trovando invece cinicamente assai più comodo ed utile limitarsi a ricercare il consenso prendendo atto dell’esistente e, anziché impegnarsi a determinarne in qualche modo l’evoluzione, organizzandosi a sua immagine e somiglianza per ricavarne la maggiore quantità di suffragi possibile è, conseguentemente, di potere.
L’incapacità di andare oltre l’opportunistica utile gestione dell’esistente è stata, insomma, probabilmente, la principale causa del trionfo della tanto deprecata partitocrazia e, con esso, della degenerazione del sistema politico.
Tale processo, al sud, è stato aggravato sensibilmente dalle autonomie locali.
La concentrazione di potere a tale livello ha favorito proprio le catene clientelari, ispirate essenzialmente da interessi particolaristici che, in una strutturazione localistica del potere, trovavano le condizioni ideali per prevalere ed affermarsi.
La centralità dei meccanismi mafioso-clientelari ha, addirittura, funzionato come fattore di mobilità sociale. La principale possibilità di ottenere un posto, di far carriera è stata, invero, individuata, a seconda i casi ed i punti di partenza, nel collegamento con una famiglia mafiosa o con una fazione politica.
La conquista della dimensione borghese è stata, di fatto, notevolmente facilitata dai predetti collegamenti, piuttosto che da percorsi connotati da criteri di legalità, di obiettività, di merito.
Conseguentemente, in seno alla pubblica amministrazione, i doveri di solidarietà con la fazione tendono a prevalere ogniqualvolta divergono da quelli di imparzialità e buon andamento.
Una situazione di tale portata, occorre segnalarlo, era già verificabile intorno al 1870.
I rapporti che le autorità militari trasmettevano alla Prefettura di Palermo ponevano, infatti, in evidenza come le amministrazioni inefficienti, corrotte e, perciò, condizionate dalla mafia erano numerose, mentre l’uso strumentale dell’amministrazione locale era significativamente diffuso.
Non deve allora stupire che il Barone Giovanni Nicotera, Ministro dell’interno, nel primo Gabinetto Depretis, abbia avuto la sfrontatezza di ammettere che un’azione condotta in modo veramente incisivo e determinato contro la mafia ed il brigantaggio avrebbe alienato alla sinistra buona parte del corposo sostegno elettorale ricevuto nel Mezzogiorno il quale, per di più, costituiva l’asse portante della sua forza in campo nazionale.
Ed infatti, la repressione fu contenuta a colpire sino ad un certo livello della gerarchia mafiosa, ma non oltre.
Emerge con chiarezza sin dal lontano momento storico in questione la sostanziale equivocità con la quale si sono confrontati tradizionalmente il potere legale con quello mafioso e, quindi, illegale. Questo, in quanto tale ed in quanto concorrente, è stato dal primo affrontato come un nemico, ma non sino in fondo. Il limite è stato segnato dalla sua notevole capacità di orientare significative componenti del consenso. Altrimenti non troverebbe alcuna plausibile spiegazione la sua forza e la sua apparente invincibilità.
Ma nell’economia complessiva dell’analisi, non può essere trascurato un dato di innegabile rilievo, quale quello legato a taluni valori etico-culturali che caratterizzano la società siciliana. A questi, infatti, non può essere disconosciuto un ruolo di apprezzabile rilievo in ordine sia alla nascita, che al consolidamento del fenomeno mafioso.
La storia della Sicilia è stata per secoli caratterizzata da un dato costante che l’ha vista sempre conquistata da svariati paesi stranieri. Il potere, quindi, è stato sentito dai siciliani come una imposizione utilitaristica ed estranea al corpo sociale, escluso per definizione dalla possibilità di concorrere in qualche modo alla formazione del governo cui sottomettersi.
La discrasia tra morale statuale e morale popolare è così divenuta una componente fondamentale dell’etica del nostro popolo, connotata dal diffuso convincimento secondo il quale le norme statuali sono, in realtà, impostate ed utilizzate non già in funzione del pubblico interesse, ma in favore del soddisfacimento degli interessi del gruppo dominante, il quale, forte del proprio dominio, tende a volgerle a proprio vantaggio.
In larghi strati della popolazione, quelli meno colti ed avvertiti, pertanto il contrasto tra la regola privata e quella pubblica viene istintivamente risolto in favore della prima, pari essendone ritenuta l’efficacia morale.
Il rispetto della norma, quindi, origina da un convincimento profondo soprattutto nei confronti di quella volta a regolare rapporti, o interessi privati.
Tutto quello che è pubblico non è in realtà tale, perché viene utilizzato da chi dispone del potere a fini personalistici o di fazione. Il cosiddetto “distacco” dalle istituzioni è la ovvia conseguenza del diffuso convincimento sin qui esposto.
In tale “distacco” si inserisce il sorgere della mafia in funzione suppletiva rispetto allo Stato, assente e lontano e, comunque, incapace di assicurare beni fondamentali quali l’ordine e la sicurezza della civile convivenza.
I valori ed il sentimento della famiglia e dell’amicizia divengono, cosi, assolutamente fondamentali nel comune sentire.
Cosa Nostra poi è riuscita a strumentalizzare ed a distorcere tali valori tipici della mentalità siciliana ed in sè astrattamente non censurabili. Così i valori della famiglia e dell’amicizia sono stati esaltati, enfatizzati, così come il rispetto, la fedeltà, l’obbedienza, l’onore e messi trasgressivamente al servizio del clan e non della società. In caso di trasgressione la sanzione comporta l’esclusione dal gruppo di appartenenza, la qualifica dispregiativa di “muffutu”, spione, “sbirru”, pentito e la inappellabile condanna a morte, che può essere eseguita da chiunque degli associati ne abbia la possibilità.
Pertanto, questa organizzazione, peraltro da sempre circondata da un alone di mistero, non era ritenuta in passato del tutto estranea all’animo dei siciliani.
E’ stato necessario, dunque, e penso che ci siamo riusciti attraverso le indagini ed i processi, dimostrare che Cosa nostra non è affatto una organizzazione a difesa dei deboli, ma una vera e ­propria organizzazione criminale che abusa dei valori tipici della cultura siciliana e che è dedita ad ogni sorta di delitti, anche i più infamanti.
In Sicilia, secondo recenti rilevazioni, i gruppi criminali di tipo mafioso conterebbero circa 5.500 affiliati, cioè lo 0,11% della popolazione, che ammonta a circa 5 milioni (uno su mille). Oltre a Cosa nostra i gruppi più significativi sono le “Stidde” delle province di Agrigento e Caltanissetta e i clan catanesi non aderenti a Cosa Nostra.
L’aspetto probabilmente più caratterizzante della criminalità organizzata siciliana è la presenza di un’area "grigia" della società costituita da elementi o gruppi che, pur non facendo parte integrante dell'organizzazione, stabiliscono con essa contatti, collaborazioni, forme di contiguità più o meno strette.
Nel rapporto tra mafia e società è dunque rinvenibile un blocco sociale mafioso che è di volta in volta complice, connivente, o caratterizzato da una neutralità indifferente. Tale blocco comprende in primis una "borghesia mafiosa" fatta di tecnici, di esponenti della burocrazia, di professionisti, imprenditori e politici che o sono strumentali o interagiscono con la mafia in una forma di scambio permanente fondato sulla difesa di sempre nuovi interessi comuni.
La cosiddetta "zona grigia" rappresenta a ben vedere la vera forza della mafia: essa è costituita da individui e/o gruppi che vivono nella legalità e forniscono un fondamentale supporto di consulenza per le questioni legali, gli investimenti, l'occultamento di fondi, la capacità di manovrare l'immenso potenziale economico dell'organizzazione criminale.
Nella zona grigia rientrano però, oltre ai professionisti e ai funzionari compiacenti, anche quei membri della piccola borghesia o dei ceti operai (dipendenti pubblici, impiegati, operai specializzati, ecc.) che investono i loro risparmi nel contrabbando di tabacchi o nel traffico della droga, ricavandone interessi (talvolta fino al 100%) impossibili in qualsiasi forma di investimento legale.
Questo meccanismo di risparmio illegale, cui sono ammesse solo persone vicine e affidabili, contribuisce ad allargare l’area grigia ai livelli dei ceti medio-bassi. Ed il blocco sociale si calcola che ammonti a questo punto ad alcune centinaia di migliaia di persone.
Come può venire in mente di concedere l’impunità a quest’area di supporto criminale alla mafia proponendo di eliminare il concorso esterno in associazione mafiosa?
Tutt’al più si può pensare a creare delle fattispecie concrete, per evitare il rischio che una eccessiva genericità e indeterminatezza della norma possa favorire la criminalizzazione di comportamenti inoffensivi.
Anche le imprese del Nord che vogliono investire in Sicilia pretendono, e mi pare anche giusto in un’ottica imprenditoriale, dei punti di riferimento certi che garantiscano il buon esito delle loro iniziative. Questi punti di riferimento vanno ricercati nell’amministrazione pubblica e nella politica e non in un’entità come la mafia che, attraverso una intermediazione parassitaria e interessata, sia l’unica in grado di garantire il rispetto di accordi, magari illeciti e non scritti.
Gli appartenenti al sistema economico-politico-sociale non possono colloquiare con i mafiosi e farsi influenzare nelle scelte.
Recenti indagini, attraverso intercettazioni ambientali, hanno colto un medico, che reggeva la famiglia mafiosa di Brancaccio, dedicarsi di mattina in sala da pranzo alla cura degli affari che riguardavano le attività criminali del mandamento: attività estorsiva, gestione della c.d. cassa, sostegno ai detenuti e rispettive famiglie, reclutamento dei nuovi affiliati, neutralizzazione di un associato che aveva iniziato a collaborare, rapporti e contatti con gli altri capi, etc. Il pomeriggio, invece, spostatosi nel salotto “buono”, si dedicava al sostegno di candidati alle consultazioni elettorali regionali, al controllo illecito dei flussi di spesa pubblica, ad influire sulle procedure amministrative di nomina di medici e primari nel settore della sanità regionale, ad orientare secondo i propri interessi le procedure comunali in materia di modifiche al piano regolatore, infine, (e ciò ha destato grande meraviglia) anche a ricercare rapporti con giornalisti di alto livello e vertici nazionali di uno schieramento politico al fine di trovare soluzioni a livello mass-mediatico e politico favorevoli a Cosa Nostra (abolizione ergastolo, 41 bis O.P., legge sui pentiti, etc.).
Nel corso delle conversazioni si evidenziavano anche precisi riferimenti alla necessità di inserire tra i funzionari della Regione Siciliana operanti a Bruxelles un tecnico “amico”, che potesse fornire in anticipo precise informazioni sugli orientamenti dei flussi di finanziamento verso determinate materie e iniziative, in modo da poter “mettere il cappello” sulle opere pubbliche più appetibili.
In una recente indagine del CNEL, in particolare, viene chiesto ad un campione significativo di imprenditori che hanno effettuato un investimento in Sicilia negli ultimi tre anni quale tra le difficoltà incontrate nella loro iniziativa si è rivelata maggiore rispetto alle aspettative. E. viceversa, quale difficoltà avevano in certo senso sovravalutato.
Le risposte inaspettatamente convergono: la difficoltà maggiore è stata costituita (100%) dall’inefficienza della pubblica amministrazione. La difficoltà, al contrario, non rivelatasi come tale, si riferiva al rischio temuto di condizionamenti messi in atto dalla presenza di una criminalità organizzata nell’area presso la quale andava a localizzarsi l’investimento.
Una spiegazione di questo rovesciamento di un paradigma dominante può rinvenirsi nel fatto che la libera impresa non aveva forse previsto il ritardo dei tempi ed il rialzo dei costi, determinati da processi di inefficienza della pubblica amministrazione, strutturali o dolosamente provocati, al fine di ottenere ulteriori esborsi, attraverso varie forme di corruzione, nelle quali, oltre ai pubblici funzionari, si può, talvolta, inserire la politica con ruoli di interessata mediazione.
I costi dell’impatto criminale, al contrario, sarebbero stati preventivati, contenuti e facilmente sopportabili, un 2% inserito nei costi d’impresa.
Che la criminalità influenzi le scelte localizzative e il comportamento operativo delle imprese è un dato di fatto difficilmente discutibile.
Non tutte le imprese, però, reagiscono in modo uguale alla presenza delle organizzazioni criminali: vi è chi chiude l’attività, e chi invece continua a lavorare e produrre, eventualmente crescendo e incrementando la propria produzione. Tutto ciò porta alla seguente contraddizione: sebbene la criminalità organizzata sia da tutti percepita come ostacolo allo sviluppo e agisca da freno alla mobilità dei fattori, gli imprenditori che operano in zone con una qualche presenza di organizzazioni criminali hanno imparato a convivere con esse, trovando spunti, canali, comportamenti che consentono alle loro aziende di perseguire l’obiettivo della massimizzazione del profitto pur in contesti di non piena “agibilità legale”.
La presenza della mafia può determinare la chiusura degli impianti esistenti. La loro scomparsa dal mercato o la rilocalizzazione in altri distretti produttivi.
Ma come si comportano le imprese che “restano”? Tre possibili comportamenti: l’acquiescenza, la resistenza, la connivenza.
Nel primo caso l’imprenditore semplicemente si assoggetta al ricatto.
Nel secondo caso, invece, l’imprenditore “resiste” alle pressioni e sostiene il costo di questa resistenza.
A volte la resistenza all’operare dell’organizzazione mafiosa assume caratteri “pubblici” concretandosi nella creazione di associazioni antimafia o antiracket di rilievo locale o nazionale.
Vi è, infine, un terzo approccio di relazione che le imprese possono adottare nella propria “convivenza” con la mafia, l’individuazione di spazi di cointeressenza; si realizza in questo caso l’impresa “connivente”, la quale può a sua volta assumere varie tipologie. L’impresa può prestarsi al gioco criminale come luogo di riciclaggio e ripulitura di denaro “sporco”. In tal caso offre un servizio all’organizzazione criminale e riceve in cambio un flusso aggiuntivo di finanziamento sotto forma, presumibile, della percentuale sull’importo riciclato.
Un secondo comportamento “connivente” potrebbe consistere nell’accettazione di una sorta di patronage (padrinaggio) nella gestione dei rapporti con la Pubblica amministrazione. L’esempio più tipico e pervasivo di tale forma di cointeressenza è fornito dal settore degli appalti pubblici. In tal caso è l’impresa a fruire di un servizio da parte dell’organizzazione, condividendo poi con questa una parte del sovraprofitto derivante dalla distorsione, indotta con violenza o con corruzione, dei meccanismi di assegnazione dell’appalto.
Infine, l’impresa connivente, o riciclante, può fruire della “protezione” mafiosa anche sul mercato privato. Non è infrequente, ad esempio, il caso di imprese attive nel settore alberghiero o in quello della ristorazione che ricevono pressioni. intimidazioni, attentati per forzare l’approvvigionamento di risorse alimentari presso produttori o intermediari conniventi con la mafia, pur a condizioni non favorevoli o meno favorevoli rispetto ad altri fornitori.
Ricordiamolo la mafia non potrà mai essere compatibile con una economia sana.
Pare ovvia questa affermazione. In realtà bisogna stare all’erta, perché sono ancora in molti coloro che invece ritengono che la mafia non è solo un’organizzazione criminale. E’, a suo modo, “anche” uno strumento di accumulazione di capitale; a suo modo “anche” un datore di lavoro, non solo criminale; a suo modo “anche” un ammortizzatore sociale; a suo modo “anche” un investitore in attività produttive legali e, quindi, “anche” un fattore di sviluppo economico. E’, in definitiva, un’organizzazione che coinvolge uomini, banche, intermediari finanziari, imprenditori, professionisti, pubblici amministratori, politici, cioè una buona parte della società civile e politica e forse ciò spiega perché nonostante l’esistenza pluricentenaria, non sia stata mai debellata.
Ma possono le risorse finanziarie ritenersi “maledette” al momento della loro accumulazione e diventare “benedette” al momento del loro utilizzo in investimenti legali produttivi di occupazione e sviluppo? Si può arrivare a proporre, come è stato fatto, ma spero solo per provocazione, che canali semi-istituzionali dovrebbero incoraggiare la mafia ad investire, “per il bene del Paese”, in attività produttive in sofferenza? Per fare un esempio comprensibile, sarebbe come invitare Provenzano a risanare la sanità pubblica, magari investendo grossi capitali nella sanità privata convenzionata, naturalmente per il bene dei siciliani. Forse chi lo propone non lo sa, ma tutto ciò costituisce un reato che ha un nome ben preciso, che si chiama riciclaggio di denaro sporco e viene combattuto, chissà perché, da tutto il mondo e da più di mezzo secolo, come qualcosa di esiziale per l’economia.
Il mafioso che è in grado di accumulare enormi profitti, di controllare parti rilevanti del territorio, di influenzare a suo favore i flussi della spesa pubblica, non può non difendere il suo potere tentando di piegare le istituzioni ai suoi interessi, tentando di procurarsi una stampa connivente e ammiccando alla politica.
La consueta questione del rapporto causale sottosviluppo-mafia appare oggi superata in quanto si è ormai stabilizzato un modello di circolo vizioso che porta nel complesso ad un rafforzamento reciproco tra i due fenomeni. La mafia non è necessariamente figlia del sottosviluppo, ma ne è comunque fattore di forte e strumentale mantenimento. E una simile dinamica di interdipendenza segna anche i rapporti mafia-politica da un lato, e mafia-società civile dall'altro. L'immagine che si ha è quella di una regione nella quale la più che centenaria convivenza tra mafia, politica e società ha contribuito a determinare il carattere di tutti e tre questi poli, ed a sviluppare un originale adattamento reciproco. Adattamento che spiega assai meglio le interrelazioni tra politici e mafiosi, per esempio, di qualunque modello meccanicistico (mafiosi strumenti dei politici o politici "asserviti alla" se non "assorbiti dalla" mafia).
Non si può parlare dei rapporti tra mafia e politica senza affrontare la vecchia polemica sull’esistenza o meno del terzo livello. A Falcone fino a poco prima della sua morte veniva contestato di avere negato, dopo averla affermata, l’esistenza del terzo livello, quello politico sovraordinato a Cosa Nostra, perché altrimenti non gli avrebbero consentito di andare avanti nelle sue indagini o (cosa ancora più grave e calunniosa) che non lo aveva voluto colpire deliberatamente perché colluso con quello stesso potere politico.
Ancora oggi dopo la sua morte qualcuno ha l’ardire di sostenere che Falcone era convinto nell’intimo dell’esistenza del terzo livello, ma che non voleva colpire il vero vertice della mafia, cioè la politica. Proprio in una delle sue ultime interviste affermò: “Il terzo livello non solo non esiste, ma non è stato mai da me ipotizzato. Se per terzo livello intendiamo una sorta di organizzazione che si trova al di sopra degli organismi di vertice di Cosa Nostra, composta da politici e imprenditori, creiamo una trama per un film tipo “La Piovra”. Finiremmo con il creare la Spectre di Fleming. - La realtà è molto più grave, molto più complessa. E’ peggiore: negare l’esistenza del terzo livello significa infatti affermare -conclude Giovanni Falcone - che comanda Cosa Nostra e non gli uomini politici”.
Appare dunque questa la sfida della società siciliana nel momento in cui i boss dominanti negli anni '80 e impegnati nella guerra allo Stato nei primi anni '90 sono ormai stati pressoché tutti catturati e isolati: incidere sulle mentalità diffuse che, anche se non direttamente "mafiose", fanno il gioco della mafia nella misura in cui sono frutto di una prolungata convivenza con il fenomeno; "rieducare" la popolazione e la classe dirigente.
Permane tuttora un’immagine vessatoria delle istituzioni statali ed il perdurare della dipendenza dei cittadini dal bisogno diffuso e dall'assistenzialismo.
Un sistema di relazioni informali, basato sul principio dell'amicizia strumentale, sostituisce spesso l'esercizio dei diritti di cittadinanza e lascia spazio a forme di appartenenza ed intermediazione alternative e spesso illegali.
Sono d’accordo nell’individuare nel personalismo al di fuori della collegialità delle organizzazioni politiche l'elemento chiave nella genesi del rapporto perverso politica-imprenditoria-mafia. In una situazione in cui il proprio ruolo sociale, la propria credibilità professionale, la propria possibilità di scambio, contatto, inserimento, dipendono strettamente dalle proprie conoscenze, l’atteggiamento prevalente non è il rifiuto degli equilibri consolidati qualora essi vedano il prevalere di elementi mafiosi, ma piuttosto il compromesso. Il politico influente, l'imprenditore stimato, l'uomo d'onore fanno parte di una rete di amicizie strumentali alla quale cercano di connettersi, in mancanza di altre reti di rapporti basate su valori diversi (onestà, capacità professionale, affidabilità, ecc.). Per cui, al di là delle grandi dichiarazioni di principi, degli schieramenti politici, degli spazi istituzionali di dibattito e di azione, è nella microfisica dei rapporti interpersonali, "amicali", che si prendono le decisioni, si fanno affari, si veicolano capitali, conoscenze, persino identità, e questo in particolar modo negli ambienti affaristici. Tale insieme reticolare di relazioni ha una grande vischiosità ed inerzia: chi esce da questa "rete" perversa si trova non solo esposto alla minaccia di ritorsioni, ma anche alla perdita dei benefici che derivano dal compromesso. E di fronte all'alternativa tra una vantaggiosa connivenza ed un isolamento che in alcuni casi può risultare anche mortale (vedi il caso di Libero Grassi), pochi hanno il coraggio di assumente una posizione "eroica" di rifiuto.
L'atteggiamento prevalente della società civile siciliana nei confronti della criminalità organizzata è estremamente variegato: dalla rimozione all'assuefazione, da una neutralità indifferente ad una latente o conclamata complicità, fino alle forme di mobilitazione ed alla rivolta morale che si esplica tuttavia in momenti circoscritti di fronte a fatti eclatanti (come è accaduto con gli omicidi di Falcone e Borsellino). Il grande movimento di opinione antimafia è già alle spalle e al momento attuale la sua carenza maggiore è ravvisata nella mancanza di un progetto generale e condiviso, di cui invece la lotta contro la mafia ha estremo bisogno.
Stanno segnando il passo, ad esempio le associazioni antiracket, che non vedono salire il numero dei loro iscritti, mentre il pagamento del pizzo rimane una pratica generalizzata e in alcuni settori universale.
La mafia va affrontata non solo come problema di ordine pubblico, ma come parte di un’azione di più generale riforma delle condizioni economiche e sociali del Mezzogiorno.
La questione meridionale nasce dall’Unità d’Italia.
I crediti del Sud sono enormi rispetto al Nord.
Il Mezzogiorno continua a dare mano d’opera alle industrie del nord, costituisce area di consumo per i prodotti del nord, rimane un bacino elettorale che influenza il formarsi della maggioranza parlamentare e di governo del Paese. Migliaia e migliaia di giovani siciliani intravedono nel loro futuro soltanto violenza, sopraffazione e disoccupazione; sono costretti al clientelismo, al favore, alla negazione dei più elementari diritti.
Sarebbe ora che la gente del Sud cominciasse a vedere una più attiva promozione della cultura della legalità da parte di tutte le istituzioni; la creazione di infrastrutture che favoriscano gli investimenti; l’estensione dell’associazionismo tra imprenditori e commercianti per contrastare il racket e l’usura; una più puntuale efficienza della pubblica amministrazione; un’accelerazione delle procedure amministrative; una rinnovata capacità progettuale degli enti locali; una maggiore apertura del sistema bancario a piccole e medie imprese, per evitare il ricorso a finanziamenti privati che alimentino l’usura; la creazione di un contesto sociale-economico più sicuro, investendo anche in sicurezza; l’adozione di misure di protezione personale e di effettiva assistenza economica per imprenditori e commercianti taglieggiati; il ripristino delle regole del libero mercato; la correttezza della politica ed il mantenimento delle sue promesse.
Certo bisogna riconoscere il primato della politica, ma va compreso il momento storico: quando ci si riunisce a tavolino per conciliare interessi di parti sociali diverse il luogo alto della politica sta certamente nella mediazione, nel compromesso; ma quando il criminale spara contro la vittima innocente, contro il magistrato, il rappresentante delle istituzioni, colpevole solo di fare il proprio dovere, il luogo alto della politica sta nello schierarsi dalla parte della vittima. Continuare a mediare tra vittime e carnefici è un’azione indegna e colpevole.
La questione morale, la rivolta morale deve dunque farsi politica, occorrono non solo nuovi comportamenti e nuovi principi ma nuove regole e nuove istituzioni.
Oggi siamo stati chiamati a fare analisi. Adesso non è più tempo di analisi, di diagnosi. Adesso è tempo ormai di porre in essere con i sistemi della democrazia, con l’azione, con la parola, la questione morale. E’ tempo che ciascuno di noi con determinazione, con forza ed energia attui la propria rivolta morale. Rivolta morale contro tutte le mafie che sono eclissi di legalità in quanto negazione di valori quali la libertà, la democrazia, la giustizia, la verità.
Rivolta morale contro le istituzioni che mirano a togliere ai cittadini, ogni libertà di pensiero e di iniziativa, che favoriscono la cultura dell’immagine del singolo anziché l’etica della solidarietà.
Rivolta morale contro una classe dirigente che invece di servire le istituzioni talvolta se n’è servita per la propria libidine di potere o di rapace guadagno; che della propria discrezionalità ha fatto arbitrio e dell’arbitrio ha fatto legge; che dal denaro pubblico ha tratto fondi per i propri vizi; che della dignità della persona ha fatto trampolino per le proprie ambizioni.
Rivolta morale contro la massa di persone pronta a baciare le mani che la bastonano, grata se le è consentito di mendicare qualche favore.
Rivolta morale contro una cultura antimafia fatta di sterili rimuginamenti, di sofisticati adattamenti, incapace di un gesto virile.
Rivolta morale contro gli ideali d’accatto, l’inerzia codarda, la rassegnazione vigliacca, l’affarismo più equivoco, la falsità e la calunnia urlate come verità.
Come Procuratore di Palermo non posso che pensare alla repressione.
Ma come cittadino nessuno mi può impedire di rimanere quell’inguaribile sognatore che spera un giorno di poter raccontare ad un nipotino sulle ginocchia una storia di mafia che inizi: “C’era una volta la mafia..”