1- Il problema
La delinquenza organizzata in Calabria conta 5.600 aderenti.
Nella regione vive solo il 3.7% della popolazione italiana, eppure
qui tra il 1985 e il 1991 si è avuto il 16.4% del totale nazionale
degli omicidi: nella provincia di Reggio, che nel campo distanzia
nettamente le altre due, si contano 86 gruppi criminali con 3.800
affiliati. Questi ed altri indicatori inducono molti osservatori a
pensare che la Calabria possa essere collocata al primo posto nella
triste classifica nazionale dell'infezione mafiosa.
Eppure gli italiani hanno dedicato una particolare attenzione
soltanto al problema dei sequestri di persona, mentre il fenomeno
nel suo complesso ha avuto un’eco minore rispetto a quella suscitata
dalla camorra campana e dalla mafia siciliana. Tale disattenzione
può essere spiegata con la stessa marginalità calabrese rispetto
alla Campania e in particolare a Napoli, "capitale" del Mezzogiorno;
ovvero con lo spazio privilegiato che la mafia siciliana si è
guadagnata nelle prime pagine dei giornali mediante i feroci
assassinii di uomini delle istituzioni e della politica. Più in
generale, l’allarme sociale, che pure in Calabria è alto, ha potuto
solo in questi ultimi anni alimentarsi di un vero dibattito tra la
pubblica opinione e gli studiosi.
Possiamo provare a tracciare le linee basilari di una storia della
criminalità organizzata in Calabria? C'è insomma una relazione tra
passato e presente, nell'ultimo secolo e mezzo? Oppure la nostra
difficoltà a inquadrare anche culturalmente il fenomeno dipende dal
fatto che la 'ndrangheta rappresenta una creatura di troppo recente
origine, è il risultato di una brusca mutazione della società
tradizionale calabrese?
2 - Vecchio e nuovo
Sull'arco complessivo della nostra storia otto-novecentesca manca
addirittura la parola atta ad indicare la variante regionale
calabrese della criminalità organizzata - o meglio le parole sono
molte, quasi a voler evidenziare il carattere concettualmente ed
empiricamente sfuggente del fatto. ‘Ndrangheta infatti è un termine
entrato nell'uso da una trentina d'anni; mentre in precedenza si
prendevano più che altro in prestito le parole camorra e mafia, che
oggi richiamano i contesti regionali campano e siciliano. Troviamo
comunque anche il termine “Onorata società”, e, per indicare i
singoli gruppi o cosche, le parole ‘ndrina e fibbia. Il termine "picciotteria",
venuto d'improvviso di moda all'inizio del secolo XX per indicare
una serie di associazioni a delinquere perseguite dall'autorità,
sarebbe allo stesso mano passato nel dimenticatoio.
Sul lungo periodo della nostra storia postunitaria, quella che oggi
chiamiamo 'ndrangheta non ha mai suscitato un dibattito analogo a
quello riservato alla mafia siciliana: ad esempio il grande
intellettuale ottocentesco Leopoldo Franchetti, che dal suo viaggio
in Sicilia nel 1876 trasse una mirabile analisi delle relazioni tra
mafia e politica, aveva trovato povertà, ignoranza, corruzione,
arroganza del potere nel suo viaggio calabrese di appena due anni
prima, ma nessuna fenomenologia di tipo mafioso. Chiaramente ciò non
vuol dire che non ci fossero in Calabria gruppi organizzati per la
gestione di attività criminali, o che il potere economico e politico
(latifondisti, notabili di paese, uomini d'affari) non si valesse
dell'ausilio della violenza: significa piuttosto che agli occhi dei
contemporanei questi aspetti deteriori rimanevano nascosti tra le
pieghe della “normale” vita sociale. Nel latifondo crotonese
dell'Ottocento, i grandi proprietari come i Barracco armavano
piccoli eserciti privati, ma questo non faceva gridare gli
osservatori alla mafia, come avveniva invece nelle aree
latifondistiche della Sicilia centro-occidentale. Il banditismo
affliggeva vaste aree della Calabria, come della Sicilia e della
Sardegna, ed i più sensibili tra gli osservatori collegavano questo
fenomeno all'idea di un'estrema arretratezza culturale e materiale
del mondo contadino - ma la figura del brigante si stagliava ribelle
e soprattutto solitaria nei monti della Sila o sull'Aspromonte, non
venendo collegata al “manutengolismo”, cioè alle generali complicità
anche con le classi superiori, come avveniva in Sicilia.
La Calabria era anche la terra classica della faida, cioè delle
reciproche e interminabili vendette tra gruppi familiari. Il
concetto-base della faida (un tempo assai diffusa, oltre che in
Calabria, in Sicilia e soprattutto in Sardegna) può essere reso
così. In una società molto isolata e arretrata, che nel corso del
XIX secolo non ha saputo fare propri i principi della legge astratta
e impersonale tipica dello Stato moderno, la Giustizia viene
amministrata dalle comunità, ovvero - nei casi più gravi -
direttamente dai parenti o dagli amici della vittima, secondo il
principio elementare per cui chi ma versato il sangue dell'amico o
del congiunto deve pagare con il proprio sangue. In <http://sangue.in
> questo caso dunque, chi uccide per farsi “giustizia” da sé non è
un individuo deviante dalla norma come accade nelle società che
hanno accertato l'idea della giustizia pubblica; ma un membro
“onorato” della comunità, spinto sulla strada della vendetta
dall'intero suo gruppo parentale - innanzitutto dalle donne che
rappresentano la continuità del legame socio-culturale - e che per
questo trova il coraggio di fare quel che va fatto. La vendetta si
presenta come un valore, il ricorso all'autorità statale come un
disvalore (omertà). L'inconveniente di questo sistema è evidente. La
sequenza delle reciproche rappresaglie tra gruppi e clan familiari
rischia di perpetuarsi in un'infinita scia di sangue. Nessuno può
stabilire davvero un criterio che limiti la violenza, la quale da
difensiva si fa offensiva, diviene strumento di potere dei forti e
di prepotenza sistematica sui deboli. La faida poi porta con sé lo
stesso banditismo. Incalzato dai nemici o dalla legge dello Stato
l'omicida viene costretto a lasciare il paese dandosi alla
latitanza, si unisce ad altri della stessa condizione, e, per
sopravvivere alla macchia, deve commettere nuovi reati quali il
furto, l'omicidio, il sequestro di persona.
La situazione descritta è quella di una violenza antica, che
peraltro si ripropone anche nei nostri tempi moderni negli endemici
e sanguinosi conflitti tra gruppi familiari tipici di certi paesi
calabresi. La faida che nel 1991 insanguina il paese di Taurianova,
nel Reggino, provoca 12 morti in pochi giorni e un episodio che
colpisce l'opinione pubblica italiana ed internazionale come un
simbolo della permanenza di un barbarico passato: a una delle
vittime viene mozzata la testa, usata dai suoi carnefici come
bersaglio per le loro armi. Peraltro è evidente che queste faide dei
nostri giorni oppongono tra loro gruppi e clan criminali, vasti per
quanto si voglia; mentre le persone “normali” non ritengono più di
dovere ricorrere alle armi in caso di offesa a sé o alla famiglia.
Come è stato notato da Saverio Mannino, magistrato e studioso del
fenomeno. se <http://fenomeno.se > prescindiamo dai conflitti legati
alla criminalità organizzata non c'è oggi in Calabria una
predisposizione maggiore che altrove ai delitti di sangue. Dunque,
la faida viene sentita come una “norma”, un “obbligo” solo da chi
già milita in organizzazioni criminali, e non viceversa - come nella
tradizionale rappresentazione (più o meno mitica) del brigante che
si dà alla macchia per aver vendicato l'onore della sorella o della
fidanzata. Chi insiste a interpretare la mafia in termini di cultura
popolare, regionale, arcaica dovrebbe poi spiegare perché il
fenomeno si sia così accentuato in questi ultimi trenta-quarant'anni
- laddove invece avrebbe dovuto quanto meno mostrare segni di
esaurimento parallelamente all'esaurimento della società
“tradizionale” e contadina anche nei luoghi più appartati del nostro
Paese, come appunto è la Calabria.
In un libro scritto quasi quarant'anni fa (1966), il celebre storico
inglese Hobsbawm descriveva banditismo e mafia come “forme primitive
di rivolta sociale”, rivolte di poveri contadini che non avevano
alcuna possibilità di opporsi in altro modo all'oppressione delle
classi superiori. In un contesto caratterizzato dall'affermarsi
delle libertà politiche e sindacali - come quello dell'Italia
dell'età repubblicana - questi fenomeni sarebbero andati
inevitabilmente ad esaurirsi, affermava Hobsbawm immaginando
addirittura i capi-mafia convertirsi nel corso degli anni Cinquanta
a un pacifico ruolo di militanza politica in partiti moderni come il
socialista o il comunista. E l’ “Onorata società”? Egli era convinto
che essa non sopravvivesse ormai che come “una forma sonnacchiosa di
massoneria locale” del tutto innocua: tesi rassicurante e
progressista quanto, purtroppo, priva di ogni capacità di prevedere
il ben più tortuoso corso delle cose a venire. Diciassette anni dopo
(1983) il sociologo Pino Arlacchi avrebbe constatato che la diffusa
previsione di un “declino del potere e del comportamento mafioso sia
in Sicilia che in Calabria” non si stava realizzando, dando una sua
spiegazione: la "vecchia" mafia, onorifica e notabiliare, era in
effetti morta; stava nascendo una mafia imprenditrice, feroce e
moderna, del tutto nuova rispetto al passato.
Oggi, il nostro problema interpretativo è diverso. Vogliamo capire
le cause di questa straordinaria continuità del vecchio nel nuovo,
di questo mix rappresentato dalle mafie meridionali, e da quella
calabrese tra esse.
3- Le organizzazioni tra tolleranza e repressione.
Tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo una serie di processi
vennero a squarciare il quadro oscuro delle “associazioni a
delinquere” calabresi. Una serie di relazioni della Prefettura di
Reggio Calabria ci restituiscono il quadro della “picciotteria”
cittadina, cioè di organizzazioni ben strutturate dedite
all'estorsione: esse in particolare imponevano il “pizzo” (cioè una
specie di tassa) su attività illecite quali il furto o la
prostituzione. Fenomeno caratteristico era quello degli “statuti”
delle associazioni, fatti di strani rituali e bizzarre formule da
ripetersi al momento dell'affiliazione (adesione) dei singoli alla
società, che sancivano i doveri dei primi verso la seconda, che
prevedevano punizioni sanguinose per gli affiliati che si
dimostrassero infedeli. Tali rituali erano in definitiva non molto
diversi da quelli che sappiamo in uso in Sicilia sin dalla seconda
metà dell'Ottocento. La loro stessa esistenza dimostra che non è la
sola famiglia il collante che tiene insieme le organizzazioni di
tipo mafioso: infatti il rito complesso e tenebroso, atto a
provocare timore e a legare emotivamente il singolo al gruppo, serve
per creare solidarietà tra estranei - se si trattasse solo di
familiari, non ce ne sarebbe bisogno. Si ricordi la battuta di
Hobsbawm sulla 'ndrangheta che col tempo si civilizza e si fa
“sonnacchiosa massoneria”; nella realtà le cose si sono mosse
probabilmente in senso inverso. All'inizio c'erano le organizzazioni
massoniche nelle quali nascostamente si inquadravano i membri dei
ceti possidenti e ricchi in età borbonica, quando mancavano le
libertà di opinione e soprattutto di associazione. Poi questi
modelli di associazionismo clandestino vennero ripresi dal popolo,
nella fase del secondo Ottocento in cui le associazioni popolari
erano ancora proibite. Certamente queste associazioni si diedero a
commettere dei reati; e probabilmente i criminali siciliani, campani
e calabresi si scambiarono tra loro le conoscenze sui più efficienti
modelli di organizzazione criminale e sui riti stessi durante le
loro permanenze in carcere e in isolette come Lampedusa o Linosa,
dove venivano inviati “al confino”. Importante appare anche il ruolo
degli emigrati “di ritorno”, i calabresi che erano stati in America
e che tornando in patria provavano ad applicare i metodi della “mano
nera” o delle altre organizzazioni criminali italo-americane attive
in quel Paese - le quali, significativamente, vedevano in posizione
centrale non solo siciliani ma anche campani e calabresi.
Gli anni del fascismo videro un'accentuazione della repressione, con
lo scioglimento di molte associazioni e l'arresto dei loro membri.
In qualche caso, come dimostrano gli atti processuali studiati dallo
storico Ciconte, i tribunali diedero ragione agli imputati, allorché
questi (più o meno sinceramente) presentarono il “fine sociale”
delle loro “associazioni d'onore” come perfettamente lecito: la
ricerca di un onesto lavoro, una non meglio identificabile difesa
dalle violenze altrui. Molto più spesso, i tribunali ritennero
invece gli imputati colpevoli di reati comuni, e li condannarono.
Comunque l'oscillazione tra questi diversi giudizi è interessante.
Le associazioni possono occuparsi di furti ma possono svolgere un
ruolo anche nell'economia legale grazie alla forza del vincolo
associativo, alla semplice intimidazione o anche al delitto: così
essendosi guadagnato il monopolio di alcune attività, ad esempio un
appalto per lavori di bonifica, finiscono per difenderlo con la
forza delle armi dai concorrenti. Se però non si verifica quest'esito
sanguinoso (cioè nella maggior parte dei casi) l'aspetto criminale
rimane nascosto nelle pieghe delle normali relazioni sociali.
Nel 1939 abbiamo il processo contro 142 persone di Cirella di Platì,
accusate di far parte di un'associazione che ha perpetrato
l'assassinio dell'ex-capo di una 'ndrina: questi secondo gli altri
mafiosi avrebbe con il suo comportamento favorito l'intervento dei
carabinieri dopo un furto ai danni di suoi parenti; donde la
decisione di eliminarlo come traditore. Qui siamo nel cuore della
fenomenologia mafiosa. Le cosche scoraggiano sul loro territorio il
ricorso alla pubblica autorità considerato moralmente disdicevole
stando ai principi dell'omertà; in tal modo impediscono nel loro
territorio l'ingresso a un'istituzione concorrente (lo Stato), così
come impediscono l'ingresso di cosche diverse o di criminali
“indipendenti”. Esse pretendono di saper mantenere l'ordine meglio
dello Stato, mostrano di proteggere la proprietà dai
malintenzionati, e dietro pagamento agevolano il recupero di animali
e oggetti rubati. Ovviamente il più delle volte i capi-mafia sono
d'accordo con i ladri, e quand'anche così non fosse ottengono il
riconoscimento del loro potere sul territorio, garantendosi
l'incasso di congrue tangenti. Da qua nasce il fenomeno che oggi
vien detto racket, consistente nella “protezione” imposta dalle
varie mafie a commercianti e imprenditori di vario genere, spesso
basato su una relazione ambigua: il “protetto” può infatti
convincersi che davvero a lui convenga pagare, senza capire quanto
la tangente faccia parte di un fenomeno di estorsione generalizzata
che per questa via cresce sempre più su se stesso. Di questo
medesimo genere e quella sorta di protezione post factum che è la
mediazione per il recupero degli oggetti rubati, intervento “in
apparente favore del derubato” - leggiamo in una sentenza del
Tribunale di Locri del 1950 (citata da Enzo Ciconte, 'Ndrangheta.
Dall’Unità a oggi, Roma-Bari, Laterza 1992, p. 242) - ma di fatto
messo in opera da organizzazioni in cui c'è solo una “divisione di
parti sceniche” tra ladri e mediatori.
Dunque, il fascismo tentò una repressione: celebre quella affidata
al maresciallo dei carabinieri Giuseppe Delfino. Però a quanto
sembra i risultati furono molto più modesti di quelli realizzati sul
finire degli anni Venti nella Sicilia occidentale dal prefetto
Cesare Mori. Nel 1940 il segretario del Partito fascista di Reggio,
Quarantotto, lamentava “l'alto numero dei cittadini facenti o già
facenti parte delle associazioni della malavita, o cittadini parenti
di affiliati. Ci sono elementi che vanno per la maggiore che sono
sospettati di aver partecipato o di aver favorito tali
associazioni!” (Citato da Gaetano Cingari, Reggio Calabria,
Roma-Bari, Laterza, 1988, p.333). In questo senso il periodo
fascista non rappresenta certo un momento di crisi del fenomeno
mafioso in Calabria. L'attivismo del maresciallo Delfino, ad
esempio, si risolse a quanto sembra, sempre nel '40, in un accordo
con Antonio Macrì, giovane leader mafioso di Siderno, che non poteva
non implicare il riconoscimento da parte dell'autorità pubblica
della capacità dell' “autorità” mafiosa di mantenere l'ordine in sua
vece. Caduto il fascismo, nel passaggio turbinoso del dopoguerra,
Macrì sarebbe rimasto al potere. Nel 1944 lo troviamo intento a
proteggere un proprietario taglieggiato, e nel 1950 ad appoggiare
con la sua “occulta potenza” altri proprietari nelle controversie
con i coloni, più in generale a imporre ai proprietari terrieri
guardiani di sua fiducia in tutto il territorio di Siderno. Siamo
già nel cuore della 'ndrangheta contemporanea, visto che Macrì sino
al 1975 (data del suo assassinio) resterà il grande capo della zona
reggina jonica.
Al termine della congiuntura postbellica (1955) si verificò un'altra
grande operazione repressiva, la cosiddetta operazione Marzano, dal
nome del questore reggino Carmelo Marzano. Suo scopo immediato fu la
cattura dei 341 latitanti dell'Aspromonte, la bonifica del
territorio da un banditismo che sconvolgeva tale territorio sin dal
periodo della guerra. Secondo alcuni, c'era anche un intento
politico nell'operazione Marzano. Le cosche “influenzavano” un buon
numero di voti, e secondo quest'interpretazione il nuovo potere
politico, la Democrazia cristiana, intendeva evitare che queste
organizzazioni li convogliassero verso le opposizioni di destra o di
sinistra. Alcuni capi-mafia vennero assegnati al “confino”, ma di
certo l'operazione non provocò alcuna flessione nel processo di
ininterrotto rafforzamento della 'ndrangheta fino ad oggi. Abbiamo
già visto il caso di Macrì. Parte dal dopoguerra, e arriva sino a
tempi recenti, la vicenda degli altri due gruppi di comando
dell'onorata società, quello reggino dei Tripodo-Di Stefano, quello
dei Piromalli di Gioia Tauro.
4- Le strade dell'arricchimento.
Già all'indomani della prima guerra mondiale la piana di Gioa Tauro
appariva il maggior centro di infezione su scala regionale. La
sentenza che poneva termine a un processo del 1925 denunciava
l'esistenza nella zona di un’ “associazione a delinquere su vasta
scala col carattere di mafia e di camorra”' con una notevole
capacità di intervento in attività legali e illegali, con una
capacità di intimidire e di ottenere l'omertà. L'associazione era
diretta da “un gruppo di malfattori più scaltri e più temuti”, in
contatto “con alcuni Signori del luogo”, capaci di “ingenerare
l'opinione che fossero loro a comandare e non le autorità
costituite” (cit. da Saverio Mannino, Criminalità nuova in una
società in trasformazione, in AaVv, Storia della Calabria moderna e
contemporanea. L'età presente, Reggio Calabria 1997, p.407). Siamo
qui, come in alcune zone-chiave della Sicilia, nel cuore della
fenomenologia mafiosa.
L'evidente centralità di questa parte della provincia di Reggio può
stupire chi sottolinea i tratti arcaici del fenomeno mafioso, chi
immagina che esso si sia generato nei boschi della Sila o nelle
sterminate distese del latifondo crotonese. Infatti la piana di
Gioia rappresenta l'area di più forte dinamismo economico e
commerciale su scala regionale, quella che dalla fine dell'Ottocento
rappresenta il cuore di una grande trasformazione fondiaria,
olivicola e agrumicola. I prodotti agricoli della Calabria
meridionale, destinati ai mercati nazionali e ancor più a quelli
esteri, erano stati a lungo egemonizzati da mercanti-banchieri
messinesi e amalfitani, anche per la mancanza di una grande
città-porto che all'interno della stessa regione organizzasse i
traffici di lunga distanza, fornendo l'indispensabile strumento
delle conoscenze e dei capitali.
Evidentemente c'è un rapporto tra questo tipo di economia
relativamente progredita e lo sviluppo del fenomeno mafioso. Negli
studi di Fortunata Piselli, basati su fonti orali (cioè su
interviste ad anziani) i mafiosi del periodo postbellico sono
descritti dai loro compaesani come intermediari commerciali,
proprietari dei magazzini dove venivano concentrate le merci,
desiderosi di impedire che i loro prezzi dei prodotti agricoli
scendessero verso il basso, e in grado di ottenere il risultato con
l'accordo o anche con la violenza. Se i capi erano commercianti, i
quadri della cosca (o 'ndrina, o fibbia) erano trasportatori,
caporali, sensali. Significativamente, il momento-chiave di questa
fenomenologia viene collocato nell'immediato (secondo dopoguerra, il
periodo della fame nelle città, del mercato nero, del contrabbando,
insomma dell'insieme dei fenomeni di illegalità e irregolarità nel
commercio che dai contemporanei vennero battezzate col colorito
termine intrallazzo. A Rosarno tipicamente mercantili erano i motivi
addotti per spiegare una faida cominciata nel '47: “Mettevano barili
metà di acqua anziché di olio. Si volevano fregare tra loro, e l'uno
voleva fregare l'altro”. Come già sappiamo, i mafiosi si occupavano
anche della guardianìa, la quale fungeva da anello di collegamento
con le classi dominanti: “I mafiosi erano pieni di riguardo per i
signori - ricorda pieno di nostalgia del bel tempo antico un
ex-sindaco democristiano di Rosarno - erano due mondi diversi <...>.
Non c'erano sequestri, rapine, c'era solo la guardianìa” (Intervista
effettuata da Fortunata Piselli, Circuiti politici mafiosi nel
secondo dopoguerra , in “Meridiana”, n.2, 1988, p.135).
Naturalmente non dobbiamo lasciarci fuorviare da questa
rappresentazione a tinte rosee. Gli atti dei processi pubblicati dal
Mannino dimostrano il tasso di violenza e di prepotenza presente nel
periodo pre e postbellico. Comunque, qui importa notare la vicinanza
tra la dimensione commerciale e 1a 'ndrangheta, che si trova così
già ben predisposta a prendere al volo le opportunità di profitto
offerte dai mercati illegali moderni, ed a collegarsi a questi fini
con altri gruppi criminali. Prendiamo il caso del contrabbando di
tabacc, nel quale sin dagli anni Cinquanta interviene su larga scala
la mafia siciliana, ovvero Cosa nostra. Quando, negli anni Sessanta,
le spiagge siciliane risultano troppo sorvegliate, si organizzano
sbarchi di sigarette in Calabria o in Campania. In un'azienda
agraria dei Nuvoletta, grandi trafficanti della camorra,
strettamente legati a Cosa nostra, viene arrestato Mico Tripodo, il
boss della 'ndrangheta reggina (1975). Col tempo, al contrabbando di
sigarette si unisce il traffico di droga e quello di altre merci
illecite, ad esempio delle armi. In qualche caso i vari partners
d'affari, campani e calabresi, entrano a far parte delle cosche
palermitane di Cosa nostra: integrazione di organizzazioni che serve
per rinsaldare con collanti più coinvolgenti, quelli della comune
affiliazione mafiosa, del giuramento e del patto di sangue, le
relazioni commerciali. Così le mafie si rigenerano e si rafforzano
tra loro. A quanto sembra, sono gli 'ndranghetisti rinchiusi in
carcere insieme a Raffaele Cutolo, boss emergente della camorra, a
spiegare a costui il meccanismo dei giuramento di affiliazione.
Secondo lo stesso meccanismo, nelle origini dell'ultima venuta della
criminalità organizzata meridionale, la pugliese “Sacra corona
unita”, si intrecciano le influenze della 'ndrangheta e dello stesso
Cutolo.
Accanto a questi traffici di lunga distanza, essenziale resta per i
gruppi mafiosi il controllo dei ristretti loro territori d'origine,
nei quali non tollerano concorrenza. Particolarmente rispettose
degli interessi mafiosi sono le grandi imprese che dall'esterno si
istallano nelle zone “infette”. Nel campo dei lavori pubblici,
l'applicazione più ovvia del principio del controllo territoriale
implica una divisione del lavoro tra le imprese esterne appaltatrici
e quelle locali subappaltatrici, che devono essere gradite ai
mafiosi. Al tempo della costruzione dell'autostrada Salerno-Reggio
Calabria (seconda metà degli anni Sessanta), le imprese
settentrionali, già “prima di iniziare le opere, si rivolgono agli
esponenti mafiosi delle zone dove sono ubicati i cantieri” per
guardianìa e subappalti. C'è “una sorta di collusione” tra cosche e
imprese: queste ultime potranno rivalersi degli aggravi di spesa con
successive revisioni dei prezzi di appalto giustificate appunto con
il “rischio mafia” - tale, almeno è l'autorevole ricostruzione dei
fatti dello stesso questore di Reggio, Emilio Santillo. L'intento di
garantire la pace sociale, comunque, non può dirsi venga raggiunto,
perché nuove occasioni di profitto moltiplicano gli appetiti e “i
danneggiamenti e gli attentati si contano a centinaia”. Nel corso
della successiva costruzione del porto di Gioia Tauro i subappalti
vengono assegnati nella loro maggioranza alla cosca locale dei
Piromalli, ma con una rilevante partecipazione per altri gruppi. Qui
agisce ancora il principio del controllo territoriale, pero
rafforzato - afferma il giudice Cordova - da un accordo di più vasta
portata: “In vista della realizzazione del porto industriale e del V
centro siderurgico, le tre principali cosche mafiose della
Provincia, capeggiate da don Antonio Macrì, dai fratelli Piromalli e
dai fratelli De Stefano, nel settembre del 1974 si diedero convegno
a Gioia Tauro. In tale occasione, di comune accordo, i partecipanti
avevano rigettato la proposta degli operatori economici, che
offrivano loro la percentuale (“tangente”) del 3% su tutti i lavori,
pur di essere lasciati in pace. Era interesse della mafia di
inserirvi i propri elementi e controllare tutta l'attività” (cit. da
Pino Arlacchi, La mafia imprenditrice. L’etica mafiosa e lo spirito
del capitalismo,.Bologna, il Mulino , 1983, p. 126).
Questo interesse per i subappalti, le forniture, i trasporti, indica
un punto importante di conversione dei mafiosi calabresi
all'imprenditoria ovvero al controllo diretto degli imprenditori: il
meccanismo della protezione/estorsione porta a una convergenza tra i
protettori e alcuni dei protetti, quelli che entrano nella parte
interna del reticolo mafioso e da vittime passano a trasformarsi in
complici.
In ultimo, tra le attività della 'ndrangheta va citata l’
“industria” dei sequestri di persona. Anche qui siamo davanti a reti
criminali complesse, se il sequestrato è ad esempio residente
nell'Italia settentrionale, se (come accade) la banda che effettua
il colpo non è la stessa che custodisce l'ostaggio, se le trattative
(e dunque la detenzione della vittima) durano per lungo tempo, se il
denaro del riscatto deve essere investito in circuiti puliti o
ridistribuito tra questa miriade di complici. In un certo periodo
l'industria sarda e calabrese dei sequestri ha prosperato,
alleandosi anche con i siciliani; nondimeno, il sequestro di persona
non è un'attività tipica della delinquenza organizzata mafiosa o
camorristica; infatti una simile attività crea un contrasto troppo
forte con le classi superiori, le istituzioni, l'opinione pubblica -
e in molti casi le mafie hanno bisogno di quiete se non di consenso.
Cosa nostra ha sempre proibito questa attività sul proprio
territorio e in Calabria a praticarla sono stati in prevalenza
alcuni gruppi della zona jonica reggina, essendo altri gruppi
mafiosi contrari come i loro omologhi siciliani. Comunque gli
esperti dubitano che quella dei sequestri sia di per sé un'industria
molto redditizia; pensano casomai che essa serva per costituire la
base finanziaria in vista di altre attività illegali. I sequestri
sono in questi ultimi anni in forte calo, anche per il contrasto
delle forze dell'ordine.
5- Cattiva e buona politica.
Abbiamo descritto sommariamente le tappe dell'evoluzione della
'ndrangheta, abbiamo seguito la delinquenza organizzata nel suo
dedicarsi a sempre più lucrose, sanguinarie e moderne attività.
Alla metà degli anni Sessanta la costruzione dell'autostrada
Salerno-Reggio ha rappresentato un'occasione importante per la sua
“rivitalizzazione”, e così può dirsi per l'inserimento dei gruppi
calabresi nei traffici (tabacchi, droga e armi) delle altre mafie. I
fenomeni di sviluppo economico, che anche in Calabria si sono in una
certa misura attivati, hanno rappresentato dunque, talvolta, non un
rimedio ma un incentivo per questi fenomeni degenerativi. Lo stesso
può dirsi per l'intervento dello Stato tendente a correggere gli
squilibri di reddito tra Nord e Sud, non di rado risoltosi in
iniziative antieconomiche e parassitarie: famoso il caso del
progetto di un Centro siderurgico da ubicarsi a Gioia Tauro. Come
veniva recepito questo sforzo dello Stato dall'opinione pubblica
calabrese? Qui è da segnalarsi l'importante punto di svolta segnato
dalla rivolta di Reggio Calabria del 1970. I fatti sono noti. Si
stabilì che il capoluogo del nuovo istituto regionale, creato allora
in Calabria come nelle altre regioni italiane, venisse ubicato a
Catanzaro, mentre per la sede dell'altra grande e nuova istituzione
calabrese, l'Università, si pensò a Cosenza. Le due minori città
calabresi ricevevano titoli di onore, ed anche occasioni di lavoro
nell'ambito di un fenomeno cui con sempre maggior interesse
guardavano le popolazioni meridionali: l'aumento delle funzioni
delle istituzioni pubbliche. Reggio, la maggiore città della
regione, rischiava di rimanere priva dell'uno e dell'altro
vantaggio. Esplose allora in città una lunga rivolta, con barricate
e morti per le strade, prima tendente a mutare le decisioni prese;
poi, quando le nuove istituzioni cominciarono a funzionare, senza
alcun praticabile obiettivo. L'agitazione finì per esaurirsi
lentamente, provocando innanzitutto una disintegrazione dell'idea di
interesse collettivo, e di riscatto collettivo dei meridionali o dei
calabresi, visto che il tutto si risolveva in una guerra tra poveri,
dei reggini contro i catanzaresi. E poi queste vicende diedero il
loro frutto perverso: una parte consistente della popolazione
reggina sviluppò una generica ostilità per la legalità, per lo
Stato, per la “politica” in quanto tale; ed è logico che proprio
questa congiuntura abbia determinato le condizioni adatte per il
rafforzamento della ‘ndrangheta.
Dunque nel delineare il contesto, cioè il mondo in cui il fenomeno
mafioso si insedia e si sviluppa, va compreso il ruolo della
politica “cattiva”. La pratica della corruzione, dello scambio di
favori e denaro tra uomini d'affari e amministratori, non va confusa
con la delinquenza organizzata; essa tra l'altro non rappresenta
certo un'esclusiva calabrese o meridionale. Però nella situazione
calabrese i due fenomeni, corruzione e grande criminalità, rischiano
di incontrarsi. Il caso dell'ex-Ludovico Ligato, importante politico
calabrese nominato presidente delle ferrovie dello Stato, già
costretto a dimettersi da tale carica per un grave scandalo, e poi
assassinato al suo ritorno a Reggio Calabria (1989), è significativo
del livello cui erano giunti questi rapporti. Il clientelismo
politico e la stessa criminalità soddisfano le necessità di svariati
soggetti sociali e in apparenza creano ricchezza; ma i danneggiati,
quelli che restano fuori dai reticoli delle solidarietà di gruppo e
di fazione, sono sempre in maggior numero dei beneficati. Alla fine,
per la collettività il conto è sempre negativo. Gli imprenditori
efficienti scappano o si dedicano ad altre attività, le imprese
produttive chiudono e quelle parassitarie restano, i servizi
pubblici che dovrebbero servire ad agevolare il processo di
produzione della ricchezza si trasformano in ostacolo su questa
stessa strada. Il pizzo imposto dalla criminalità sulle attività
lavorative viene pagato direttamente o indirettamente da tutti. Le
tre regioni più affette dalle mafie, la Calabria, la Sicilia e la
Campania, sono anche quelle che si trovano alla coda nella
graduatoria della ricchezza nazionale.
Viceversa c'è bisogno in Calabria di politica “buona”, di progetti e
di servizi a disposizione di tutti per aumentare il benessere di
tutti. In quest'ambito, la legalità va considerata una garanzia di
crescita civile; attraverso di essa va salvato concetto
dell'interesse collettivo, così più ampio e strategico quello
dell'interesse dei gruppi, dei clan e delle fazioni. Se politica
“buona” imporrà i suoi valori, la criminalità organizzata non
sparirà d’un tratto, ma certo diminuirà gradatamente il suo impatto
malefico sulla vita di tutti. |