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RACKET. RICORRE  AL TAR IL  COMMERCIANTE VIBONESE VITTIMA DI 5  ATTENTATI MAFIOSI 

 
 
AGI)  – Vibo Valentia, 9  ago. – Dopo cinque attentati tutti denunciati,  non solo si è visto respingere  la richiesta d'indennizzo avanzata tramite prefettura, ma si è visto negare anche l'accesso agli atti per potersi  difendere. Adesso si è rivolto ai legali di Libera per un doppio ricorso  al Tar, quello contro il commissario antiracket  per il mancato accoglimento della pratica tendente ad ottenere l'indennizzo previsto dalla legge per le vittime del racket estorsivo, l'altro per  il diniego dell'accesso agli atti contenuti nel suo stesso  fascicolo, anche questo un diritto sancito dalla legge sulla trasparenza. Davvero emblematica la vicenda che vede come vittima   Antonio Stagno, un laborioso ed onesto commerciante,  titolare di un Marcket sul  comprensorio di  Capo Vaticano, nel  Comune di Ricadi che non ha inteso  piegarsi alla legge del  pizzo al pari di quasi tutti  gli imprenditori e commercianti del luogo. Antonio Stagno  è  noto a tutti  ad incominciare dalle forze dell'ordine per la sua correttezza e la sua  condotta contro ogni forma di racket. E' stato nel suo esercizio infatti  che   per la prima volta   si è vista circolare  la famosa frase:  “un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”. Così come è  noto del resto che nel suo locale ai clienti veniva offerta la rivista  “Terra nostra” edita dalla locale associazione culturale “Noi  di Ricadi” aderente all’associazione antiracket Libera, su cui spiccavano editoriali  contro la “ndrangheta, contro il pizzo, con i nomi dei  boss che dominano su quel territorio. Un atto di coraggio quindi  al di fuori del comune  in quella fascia costiera cosiddetta degli Dei  dove commercianti ed imprenditori in un modo o nell'altro,   vengono costretti i a pagare il pizzo. Coraggio che gli costò  la distruzione del deposito del suo locale. Ma ironia della sorte, il   commissario  straordinario  per le vittime del racket che ,  tramite la stessa prefettura,  dopo oltre un anno, la legge parla di  tre mesi, gli ha respinto  la richiesta d'indennizzo asserendo  che quegli attentati non c'entrano, non sono di carattere  estorsivo, senza peraltro precisare il  perchè,  né di che altro   genere siano ,   nonostante il rapporto dei carabinieri  non escluda  la natura estorsiva e il tribunale di Vibo Valentia abbia  archiviato il  caso come doloso e ad opera d'ignoti, due presupposti basilari a  favore della vittima. Il che ha finito con l'indignarlo e turbarlo  ancor di più di quanto lo fosse, non sapendo trovare altre motivazioni.  "Sono stato costretto pertanto a ricorrere  al Tar,   anche se in una posizione minoritaria non essendomi stato appunto  consentito l'accesso agli  atti contenuti  nel fascicolo. Nello  nello stesso tempo ho  chiesto al prefetto   il riesame della mia  pratica allegando una  serie di articoli di quotidiani relativi alla mia vicenda e due numeri della rivista "Terra nostra" con evidenziati  alcuni servizi davvero eloquenti,  un numero speciale  del  marzo 2005,  con  una intervista dei componenti dell’antimafia Giuseppe Lumia e Angela Napoli ed altri personaggi  del luogo, in cui veniva stigmatizzato il  comportamento dell’amministrazione comunale di  Ricadi    per non essersi  costituita parte civile nel processo   “Dinasty – affari di famiglia”, che portò in carcere oltre 60 esponenti delle cosche che che operavano  in questo territorio con atti intimidatori ed estorsivi, e l'altro con un editoriale dedicato alla nascita in provincia dell'associazione  Libera con evidenziata la frase "un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità" una frase che non piace ai professionisti del racket.  A distanza di un anno esatto dall'uscita del numero speciale, precisamente nella notte del  18 marzo 2006, ignoti mediante   una tanica di benzina  incendiarono   il deposito del mio esercizio commerciale radendolo al solo. Un attentato preceduto appunto da ben quattro intimidazioni varie sempre in crescendo: cartucce, lattine di benzina, spari contro serrande e d autovetture,   tutti denunciati ai carabinieri.  Ma eccetto la presenza dei militari dell'Arma  che sono venuti a fare i rilievi e che mi sono stati vicini, non ho  visto la faccia di nessuna altra autorità  dello Stato. E' scattata invece la solidarietà, quella si,  della gente comune, dei clienti che sono diventati sempre più numerosi e che con la loro presenza hanno  forse fatto venire meno il disegno di coloro che forse  volevano  eliminarmi  dal mercato per motivi di concorrenza o perchè non mi rifornivo da loro, come  che ho specificato altrove.  Né di fronte alle prime intimidazioni sono andato - aggiunge Stagno - a chiedere la protezione del boss di turno.  La legge 44 in tema di antiracket parla   di estorsioni di tipo ambientale. Quelle contro di me sono tipiche, classiche di un sistema mafioso perverso. Forse ritornando ai vecchi tempi, si voleva che io potessi conoscere i nomi degli autori?.  Giuro di non saperlo,  altrimenti l'avrei fatti.  Del resto  è risaputo che, come ha sempre affermato  anche  il capo della squadra mobile Rodolfo Ruperti, il regista dell'operazione "Dinasty" e che perciò  conosce benissimo come stanno le cose,  "la mafia non chiede. Sei tu che devi andare da  loro". Io non ci sono andato .  L'ultimo attentato contro i Godino di  Lamezia a cui va tutta la mia solidarietà, mi ha richiamato alla mente  quanto ha scritto scritto da Palermo  l'altro ieri sull'Unità Alessio Gervasi a proposito dell'associazione "Addiopizzo"  "  Il coraggio e la forza  di chi si ribella al sistema mafioso , se non hanno il supporto delle istituzioni non bastano. E purtroppo le istituzioni da queste parti a volte sono sentite come delle prime donne che vanno  solamente dove c'è grande attenzione o quando i riflettori sono  sempre accesi". E' questa purtroppo  l'amara realtà, questo il vero dramma!