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L' Aquila

Mentre scrivo, mi sento un po’ meno intelligente del solito, e quel che è peggio, più solo…

 

Tutto quello che leggerete è vero, purtroppo.

 

 

Ho ventinove anni, e, negli ultimi nove, muovendomi per il mondo ho percepito, in un battere docile e progressivo, che il mondo si stesse muovendo intorno a me. Di certo non per un delirio di egocentrismo, ma per aver assistito agli eventi da fermo, anche quando avevo l’impressione di agitarmi, di fare a pugni con la realtà, di trascinarmi in una lotta contro chissà quale avversario. Tutto un errore. I fatti mi hanno bloccato, paralizzandomi in una stucchevole ma sopportabile condizione, che mi ha fatto sentire la vita tra le narici, in un respiro inodore, tiepido e  umido, come l’aria dell’Africa centrale. Anche quando mi sono illuso di portarmi laddove sarei stato io a muovere le mie braccia, le mie gambe e il mio cervello, in chissà quali anguste e spericolate direzioni, ero fermo, stabile, congiunto a questo pezzo di terra solida, di suolo eterno, dove a cambiare è soltanto la polvere, in un inesorabile ciclo di vivi e di non vivi, perché il resto non lo conosco, non l’ho mai visto, mai provato e perché quello non si può scrivere.

 

Il sisma ha cancellato una città, ha rimosso le città, e, qualora esista, dio solo sa quanto valga per me questa parola, incastrata in un significato altissimo, brulicante di spie emotive nella mia anima imperfetta. Quando una città muore, c’è una parte di me che si sente morire, perché la città è sacra, perché è un’idea che si nutre di lacrime, sussurri, sorrisi e rimpianti, di nuvole, piogge promesse e mai scese, temporali e sereni di future avanguardie, di un’umanità vicina alla speranza che un paradiso esista e ne facciamo già tutti parte.

 

L’Aquila, un animale fiero, un nome nobile e silenzioso, capace di volare da solo, come la creatura che spesso passa proprio sulle città, non vista, smisurata, saggia e feroce come i sogni dell’uomo. L’Aquila, il nome di una città che non esiste più, il nome di una città dove ho troppi ricordi, tutti rinchiusi in un passato che recita un tremendo paradosso, un prodigioso capovolgimento: non ne ho memoria, non immediata, non fluida e ancor meno cosciente.

 

In questa antica città, che non esiste, semmai per me sia esistita, ho vissuto parte della mia vita, ho lasciato la schiuma del neonato, i racconti del passato e l’episodio, fino a questo momento, più triste della mia vita. Ma la vita, troppo spesso paradossale, ha voluto che non ne rivivessi nemmeno uno, che non ricordassi nemmeno un istante. Troppe volte, ho fatto come questo paradosso, imitandone inconsapevolmente le sue mosse astute e misteriose. Ho pensato di andarci, di tornarci, per dare riscontro ai miei ricordi senza vista, per dare ragione agli autori dei miei racconti, per incantarmi senza saperlo, per vivere il silenzio ingenuo e assordante di un clima assai diverso dal mio. Troppe volte ho chiesto di tornarci e troppe volte mi sono chiesto di farvi un ritorno che non fosse una rivisitazione, ma un riconoscimento, una scoperta di quello che avevo sempre avuto ma che non mi ero mai goduto. Avrei potuto prima inchinarmi a tutto questo, ossequiare dentro di me il dolore e dare forma e sostanza a un passato pianto e stramazzato in una crescita diversa. Avrei potuto guardare esibirsi tutto questo.

 

Ma adesso non è più possibile, perché quella città non esiste più, e credo che per me non sia mai esistita. Eppure qualcosa che avevo adesso non c’è più, qualcosa che dentro di me si muoveva, oggi non si muove più, spento in un aborto che non sa di aria tiepida, di umidità, che non sa di corpo, che non sa di nulla.

 

Mi dicono che io abbia viaggiato abbastanza per rendermi conto d’aver visto un pezzo di mondo, ma io non ci credo, non li credo, e adesso, più che mai, ne ho una prova tangibile, la sola che mi resta. Quale precario e assurdo rapporto ho avuto con lo spazio e col tempo, ritrovandomi nudo e sprovvisto di fronte a quello che per sempre resterà chiuso dentro di me, senza nemmeno che io stesso potrò un giorno aprire per guardarci dentro.

 

A chi ancora può, a chi ancora ha tutto da registrare e da riconoscere, lo faccia al più presto, riuscendo a muoversi da solo in questo mondo, dove qualcosa di noi vive anche quando non lo vediamo e non lo sappiamo.

        

sebastiano di paolo, alias elio goka

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