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Alla memoria di Marco Pittoni
Bis
Hanno liberato un boss. Tecnicamente non è così, ma in fondo è andata così. Domiciliandolo presso i suoi “cari” e i suoi farmaci antidepressivi, hanno liberato un’idea, tra quelle più pericolose, ricollocandolo tra i suoi comandi, accomodandolo tra i bottoni e favorendogli quel tu al crimine che il 41bis gli aveva tolto. e.g.
Questo scritto porta con sé inevitabili germi di imprecisione, di approssimazione, perché tra le carte del giudice io non ci sono stato, e mille disapprovazioni vedo, odoro e conservo. Ma voglio scrivere come è andata, come andrà e come non posso provarvi. Lo scrivo e lo riscriverò per tutti quelli che come me non sono stati tra le carte del giudice, non pascolano nelle procure, non armano e non disarmano.
Il boss Nuccio Ieni doveva uscire, doveva tornare, a mo’di follia Cutoliana, come le scarcerazioni dei mafiosi “caduti” in prescrizione, perché in questo Paese troppe cose sono da tempo cadute in prescrizione, ivi comprese il dissenso e il coraggio di vedersi dentro lo scandalo, anziché salvifici al cospetto di quello che soltanto apparentemente non ci riguarda.
Il boss doveva uscire, e nessuno saprà mai perché, e se si saprà vi confesso che non ci crederò. Voi avrete di certo il diritto di fare il contrario, di inventarne di contrari e di essere contrari.
Quando muore un magistrato, un giornalista, un politico, un poliziotto, quando la mafia stampa la sua vittima sul suolo repubblicano, si verifica una mobilitazione ambigua, maleodorante, perché composta da chi è addolorato, scosso e infuriato, ma anche da chi è soltanto parte ipocrita dello Stato e delle sue deviazioni. Politica, magistratura, forze dell’ordine, cultura e società civile si professano deluse e indignate. Ma non è così. Una parte non lo è. Abiura il suo sentimento reale, perché è partecipe diretto di quel risultato: l’affermazione incondizionata di un potere, del potere.
Per questo penso che l’indignazione non deve soltanto rivolgere il suo sguardo critico alla magistratura, ma a tutti. Ed è ancora più grave, più sconfortante. Quando c’è da “meritocratizzarsi” sono tutti pronti a schierarsi dietro la stessa linea. No, adesso nessuno ha diritto a scomporla, quella linea. Responsabile non è solo la magistratura, ma tutto lo Stato. La politica, il giornalismo, la cultura e la società civile. Un popolo davvero civile non consentirebbe a un criminale di quella levatura nemmeno di lasciare la cella. La sua reclusione è reclusione mafiosa, di mafioso, di tritolo morale. Con questo segnale muore la credibilità, la lotta, il sudore, le lacrime versate di nascosto. Si spengono gli impeti che ti reggono in piedi quando vorresti cadere al suolo, e restarvi a lungo, per misurare lo spessore dello stampo mafioso, che oggi, a distanza elettorale, non viene condannato, perché non è processato, perché hanno escogitato il pretesto, e vogliono farci credere che sia tutto vero. Io non ci credo. Malafede? Può darsi. Ma vi assicuro che oggi la fede di molti finisce in un nuovo 41bis.
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