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Petru Birlandeanedu
Una guerra di camorra, come al solito. Duelli e sviste da far west, che sparpagliano nell’atmosfera urbana proiettili che sembrano cambiare direzione da soli, comandati a distanza da un sottokiller, un fantasma che brucia l’ossigeno deviando il bossolo nella prima centralina cardiaca che non sia il bersaglio originario.
Ecco il tilt, l’anomalia. Non muore un camorrista, il piombo non finisce la sua corsa nel punto del cerchio concentrico stabilito, ma continua finendo da kamikaze, contro chi porta addosso un bersaglio mobile senza saperlo. Sono persone estranee al gioco criminale, siamo noi, tutti, nessuno escluso. Si chiamava Petru Birlandeanedu, rumeno, suonatore di fisarmonica, forzato viaggiatore metropolitano, rischio lavoro in itinere massimo livello, effetto imprevisto: morte procurata dal fuoco incrociato della nostra Beirut vissuta di Storia al contrario e con epilogo armato a un tiro di schioppo dalle basi Nato. È morto perché la sua traccia deambulante è finita di traverso sulle traiettorie impazzite del sottokiller che non fa distinzione. Con un rumeno in terra di anti-Romania muore la strategia a microfoni lontani, a telecamere spente, e muore pure il senso di giustizia sopranazionale che vuole vittime ufficiali solo i passaporti e non i corpi, le parole e il sudore che fa di quei sistemi complessi esseri umani. È morto come sono morte le tante vittime di mafia che ancora chiedono giustizia.Vi scrive un libero cittadino italiano. Ho il passaporto, sono cittadino comunitario e godo di tutti i diritti politici. Pertanto chiedo alle autorità preposte di prendere in considerazione quanto accaduto. Mi rivolgo al Ministero dell’Interno, al Ministero di Grazia e Giustizia, al Primo Ministro, alle Forze dell’Ordine, ai partiti, alle associazioni antimafia, alle associazioni riconosciute e a tutti gli organismi ufficiali nazionali e della Comunità Europea. Chiedo che Petru Birlandeanedu sia ufficialmente considerato vittima di mafia, e di tale riconoscimento godano i suoi familiari, così come previsto dalle leggi del nostro Paese. Che lo Stato, qualora ancora “in vita”, “esibisca” la sua sensibilità istituzionale, riempiendo il vuoto dei cittadini che il 26 maggio non l’hanno soccorso. Un biglietto di viaggio alla moglie non basta. Ogni volta che declino il mio linguaggio attraverso una nomenclatura che sia adattamento e non letteratura, lo faccio forzandomi e solo per riguardo alle vittime reali. So che questo testo subirà molto presto una qualche forma di evasione, per mano di una lettura che avrà un seguito numericamente sparuto. Ma anche l’ovvio rischia queste sorti, e riflettendo con più attenzione e attraverso un senso di gran lunga più “precario”, avverto doveroso unirmi a questo rischio.
e.g.
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