| |
Libero Grassi
Il 10 gennaio 1991 scrissi una lettera al "Giornale di Sicilia" che iniziava così: "Caro estortore...". La mattina successiva qui in fabbrica c'erano dei carabinieri, dieci televisioni e un mucchio di giornalisti. A polizia e carabinieri consegnai 4 chiavi dell'azienda chiedendo loro protezione.
Mentre la fabbrica era sorvegliata dalla polizia entrarono due tipi strani. Dissero di essere "ispettori di sanità". Fuori però c'era l'auto della polizia e avevano grande premura. Volevano parlare a tutti i costi con il titolare. Scesi e dissi loro che il titolare riceve solo per appuntamento e al momento era impegnato in una riunione. Se ne andarono. Li descrissi alla polizia e loro si accorsero che altri imprenditori avevano fornito le medesime descrizioni. Gli esattori del "pizzo", i due che indifferentemente si facevano chiamare geometra Anzalone, altri non erano che i fratelli gemelli Antonio e Gaetano Avitabile, 26 anni. Furono arrestati il 19 marzo insieme ad un complice.
Una bella soddisfazione per me, ma anche qualche delusione; il presidente provinciale dell'Associazione industriali, Salvatore Cozzo, dichiarò che avevo fatto troppo chiasso. Una "tamurriata" come si dice qui. E questo, detto dal rappresentante della Confindustria palermitana, mi ha ferito. Infatti dovrebbero essere proprio le associazioni a proteggere gli imprenditori. Come? È facile. Si potrebbero fare delle assicurazioni collettive. Così, anche se la mafia minaccia di dar fuoco al magazzino si può rispondere picche. Ma anche a queste mie proposte il direttore dell'Associazione industriali di Palermo, dottor Viola, ha detto no, sostenendo che costerebbe troppo. Non credo però si tratti di un problema finanziario, è necessaria una volontà politica.
L'unico sostegno alla mia azione, a parte le forze di polizia, è venuta dalla Confesercenti palermitana. Devo dire di aver molto apprezzato l'iniziativa SoS Commercio che va nella stessa direzione della mia denuncia. Spero solo che la mia denuncia abbia dimostrato ad altri imprenditori siciliani che ci si può ribellare. Non ho mai avuto paura ed ora mi sento garantito da ciò che ho fatto. La decisione scandalosa del giudice istruttore di Catania, Luigi Russo (del 4 aprile 1991) che ha stabilito con una sentenza che non è reato pagare la "protezione" ai boss mafiosi, è sconvolgente. In questo modo infatti è stato legittimato con il verdetto dello Stato il pagamento delle tangenti. Così come la resa delle istituzioni e le collusioni. Proprio ora che qualcosa si stava muovendo per il verso giusto. Stabilire che in Sicilia non è reato pagare la mafia è ancora più scandaloso delle scarcerazioni dei boss. Ormai nessuno è più colpevole di niente. Anzi, la sentenza del giudice Russo suggerisce agli imprenditori un vero e proprio modello di comportamento; e cioè, pagate i mafiosi. E quelli che come me hanno invece cercato di ribellarsi?
Ora più che mai le Associazioni imprenditoriali che non si impegnano sinceramente su questo fronte vanno messe con le spalle al muro. La risposta infatti deve essere collettiva per spersonalizzare al massimo la vicenda."
In ricordo di Libero Grassi
Libero Grassi viene ucciso la mattina del 29 agosto 1991 alle 7.30
“Pagare significa dare forza ai mafiosi, ed io non lo farò”
Libero Grassi era un imprenditore siciliano, straordinariamente colto, titolare della Sigma, un’azienda a conduzione familiare, con un centinaio di dipendenti ed un giro di affari, agli inizi degli anni novanta, pari a sette miliardi di lire annui. Un’azienda sana, quindi, che produceva ricchezza e creava lavoro, ma con un unico grande difetto: Libero Grassi era un cittadino onesto.
Nella lettera pubblicata il giorno dopo la sua uccisione dal Corriere della Sera, l’imprenditore siciliano ricostruisce il tentativo di estorsione operato dai clan mafiosi ai suoi danni e la denuncia alle Forze dell’Ordine, cui seguirà l’arresto di alcuni di essi. E’ un gesto importante in cui dimostra il coraggio, ed anche una certa ingenuità, di chi è certo di agire per la libertà ed ha fiducia nella giustizia.
A differenza di tanti altri imprenditori che subivano in silenzio il ricatto mafioso, lui si era ribellato ed aveva gridato forte la sua indignazione: “No! Non pago e non starò zitto come fanno tanti altri: io voglio parlare…”.Schiacciare l’omertà e denunciare, anche per cancellare la vergogna di uno Stato che, solo pochi mesi prima (4 aprile 1991), con la sentenza del giudice istruttore di Catania, Luigi Russo, aveva stabilito non essere reato pagare la "protezione" ai boss mafiosi. Sono passati sedici anni da quel barbaro assassinio eppure, anche oggi come allora, molti mostrano un certo fastidio e ricordare la sua figura, la sua limpida onestà, la sua caratura morale.
Nella stessa lettera pubblicata dal Corriere della Sera, Grassi mostra, oltre ad una certa soddisfazione, anche tutta la delusione nel vedere le associazioni di categoria infastidite dalla sua iniziativa: “il presidente provinciale dell'Associazione industriali, Salvatore Cozzo, dichiarò che avevo fatto troppo chiasso. Una “tamurriata” come si dice qui. E questo, detto dal rappresentante della Confindustria palermitana, mi ha ferito.
L'unico sostegno alla mia azione, a parte le forze di polizia, è venuta dalla Confesercenti palermitana. Spero solo che la mia denuncia abbia dimostrato ad altri imprenditori siciliani che ci si può ribellare”. Il giorno dopo il suo assassinio la stampa e le televisioni, nazionali ed estere, non mancarono di fare di lui un “martire della lotta alla mafia”, costringendo la classe politica ed il governo ad ammettere di aver sottovalutato il fenomeno.
Per molti siciliani onesti sembrava essere giunta l’ora del riscatto. Il Coordinamento Riferimenti si unisce ad Sos Impresa , alla Confesercenti, ed a quanti lo hanno conosciuto ed apprezzato, continuando a ricordarlo come un uomo libero, un imprenditore vero, uno dei pochi che si è opposto alla mafia, che continua ad essere il primo e più grande ostacolo alla possibilità di sviluppo economico del Sud Italia. Siamo certi che Libero Grassi, anche se attendeva la reazione degli uomini del racket, non credeva che lo avrebbero ucciso. Non aveva paura ed era certo che il suo esempio sarebbe stato seguito da molti altri. Così come non è possibile dimenticare le parole di Giovanni Falcone, nella prefazione al saggio Estorti e Riciclati (1992): se occorreva la morte di Libero Grassi perché si rinnovasse, nella società e nello Stato, una parvenza di reazione alla mafia, peraltro non del tutto scevra da contingenti calcoli di lotta politica, non è retorico né provocatorio chiedersi quanti altri coraggiosi imprenditori ed uomini delle istituzioni dovranno essere uccisi perché i problemi della criminalità organizzata siano finalmente affrontati in modo degno di un paese civile".
|
|