I nomi riportati in questa pagina, le loro storie, sono parte integrante delle nostre vite, di coloro che, cioè, hanno fondato questo coordinamento o che, ne hanno condiviso il percorso;
sono storie di vite spezzate, morti ingiuste, riferimenti di cui trasmettiamo memoria alle coscienze, cercando di tradurre in testimonianza quotidiana il testamento morale che ne deriva.
A loro e a tutte le vittime della sopraffazione e dalla violenza, è dedicato il nostro impegno!

A. Musella

Riferi
Gennaro Musella
 

Ingegnere salernitano, aveva trasferito in Calabria la sua azienda per lavori di opere marittime; era un professionista stimato, un uomo semplice e buono che per tutti aveva un sorriso.
Muore a Reggio Calabria il 3 maggio 1982, dilaniato dall'esplosione della sua autovettura.
L'ombra della Sicilia "senza sole" si affaccia anche sul delitto Musella che fu inquadrato nell'assegnazione dell'appalto per il porto di Bagnara Calabra, le cui gare furono vinte prima e dopo, dai famosi "cavalieri del lavoro" di Catania, Costanzo e Graci.
I carabinieri del nucleo operativo di Reggio Calabria, in un rapporto all'autorità giudiziaria, denunciarono per quell'appalto un'associazione tra la 'ndrangheta calabrese e la mafia catanese, rispettivamente guidate dai boss Paolo de Stefano e Nitto Santapaola; nell'elenco comparivano anche nomi di imprenditori, politici e funzionari del genio civile di Reggio Calabria. Al delitto Musella lo Stato non ha mai data una risposta. Il caso fu archiviato nel 1988 contro ignoti per essere riaperto poi dalla DDA nel 1993. L'inchiesta malgrado portata a termine dal procuratore aggiunto Salvatore Boemi unitamente alla crimnalpol, non ha avuto alcun seguito, non essendo mai stato celebrato un processo. La giustizia rimane sepolta da strati di polvere tra le carte ingiallite di un vecchio fascicolo, mentre le imprese mafiose continuano a giudicarsi gli appalti, le tangenti sono sempre in rigore così come l'alleanza tra mafia e 'ndrangheta.
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Scorte... scudi umani


Ragazzi che sacrificano affetti, mortificano aspirazioni, per altri normali abitudini di vita; sono ragazzi come tanti con la loro voglia di vivere, i loro sentimenti, i loro sogni, costretti in una continua tensione di giorno e di notte, tra sussulti ed incubi di sonni agitati; ragazzi in trincea troppo spesso dimenticati, in vita come in morte.
Sono le scorte, nomi e cognomi rimossi dalla memoria ma anche dalla coscienza di un paese civile, carne venduta allo Stato per poco più di mille euro al mese. Scorte: nome comune di eroi sconosciuti.
Quando si parla delle stragi di Capaci e via D'Amelio quanti ricordano i nomi degli agenti di scorta morti nell'esercizio del proprio lavoro?

Vito Schifani
Rocco Di Cillo
Antonino Montinari
Capaci, 23 maggio 1992

Manuela Loi
vincenzo Li Muli
Walter Cusina
Claudio Traina
Agostino Catalano
Palermo, 19 luglio 1992

 

Carlo Alberto Dalla Chiesa

Il 3 settembre1982 il prefetto generale Carlo Alberto Dalla Chiesa viene assassinato con la moglie Emanuela Setti Carraro, in un agguato nel centro della città di Palermo; colpito a morte anche l'agente di scorta Domenico Russo.
Carlo Alberto Dalla Chiesa, era stato il secondo generale dei carabinieri a diventare prefetto.
Il suo nome è legato soprattutto alla lotta contro il terrorismo, dove si distinse per la sua efficienza operativa.
Dopo l'omicidio La Torre, fu chiamato a Palermo per combattere la mafia, ma, questa volta a "mani nude", senza poteri come confesserà lo stesso generale dopo poche settimane ch'era giunto sull'isola, lamentandosi di non poter coordinare gli uomini delle istituzioni dello Stato.

"Da quando sono qui nessuno mi telefona. Tutti scantonano. Mi hanno lasciato solo!"
 

Giuseppe Fava

Lega indissolubilmente la sua firma alle coraggiose denunce contro la afia e i comitati d'affare, politici ed economici, che dominavano la Sicilia degli anni 70, nonchè alla battaglia pacifica e pacifista contro l'installazione dei missili nucleari nella base di Comiso .
Fautore ed ispiratore di un giornalismo irriverente, attento ai fatti, per nulla ossequioso o reticente, di forte carica morale, Fava, e con lui la sua redazione, portano Catania, la peculiarità delle sue lobbies (nel dettaglio l'enorme grumo di potere dei quattro Cavalieri del lavoro Costanzo, Finocchiaro, Graci e Rendo), la violenza (allora colpevolmente sottovalutata) della sua criminalità, sulla ribalta nazionale.
Le inchieste della sua rivista, "I siciliani", diventano un caso politico e giornalistico.
Viene freddamente assassinato, con più colpi di pistola, a Catania la sera del 5 gennaio 1984 a pochi passi dal Teatro Stabile, nella via che oggi porta il suo nome.

Peppino Impastato

La storia di Peppino è una svolta nell’evoluzione della lotta alla Mafia in Sicilia. Un giovane figlio della sua Cinisi che decide, con coraggio, di rompere gli schemi, di respingere la regola ferrea dell’omertà e del tacto silenzio. Un giovane realmente rivoluzionario che sognava di cambiare il mondo, il suo mondo. Un giornalista di fatto che ha pagato con la vita il prezzo, sempre altissimo, del coraggio della verità. Un botto e tutto dimenticato. Questo hanno pensato i mafiosi del clan Badalamenti quando gli legaorono attorno al collo la gelatina per ucciderlo. Ma sbagliavano. La memoria esiste è Peppino è una luce per tutti coloro i quali credono ancora che l’impegno contro la mafia sia atto rivoluzionario e consacrazione nell’eterna lotta fra il bene ed il male che caratterizza la vita terrena. La memoria parla di un ragazzo che rompe con la sacralità della sua famiglia, che fonda un giornalino “L’idea socialista” e apre “Radio Out” e scrive che “la mafia è una montagna di merda”. Nelle sue trasmissioni radiofoniche Don Gaetano Badalamenti era Don Tano Seduto. Con l’ironia e la voglia di vivere di un giovane ragazzo degli anni settanta che voleva cambiare il mondo, Peppino Impastato ha donato la sua vita per un mondo migliore.

 

 

I coniugi Aversa

Salvatore Aversa e la moglie Lucia Provenzano vennero uccisi il 4 gennaio 1992 nella centralissima Via dei Campioni di Lamezia Terme.
In un primo tempo, le indagini si indirizzarono sui giovani Renato Molinaro e Giuseppe Rizzardo, accusati di essere gli autori materiali del delitto da una presunta testimone oculare del delitto, Rosetta Cerminara.

Antonio Esposito Ferraioli

è stato ucciso la sera del 30 agosto 1978, a soli 27 anni, in via Zito a Pagani. Tornava a casa dopo essere stato, come tutte le sere, a casa della sua ragazza, Angela (si sarebbero dovuti sposare dopo pochi mesi).
Tonino, come lo chiamavano gli amici,era cuoco alla mensa della FATME - Ericson, fabbrica di componenti elettronici di Pagani,affidata in appalto esterno ad alcuni imprenditori locali legati alla DC.
Più volte si era ribellato contro i proprietari perchè acquistavano prodotti avariati da somministrare agli operai, minacciando la denuncia; inoltre aveva costretto i titolari dell'impresa a pagare la tredicesima ai tutti i lavoratori della mensa dopo che gli era stato "consigliato" di non dare fastidio. In particolare, relativamente all'acquisto delle carni Tonino aveva intutito che esse avevano un provenienza illecita (un mercato parallelo di macellazione non regolare).
Non chiedeva altro che il rispetto dei diritti dei lavoratori della mensa e la possibilità che il suo lavoro di cuoco non fosse danneggiato dall'utilizzo di carni malsane, oltre alle conseguenze che tali alimenti avrebbero potuto provocare negli operai della FATME - Ericson che utilizzavano il servizio mensa.
Subito dopo l'omicidio furono incriminati i titolari della mensa chevennero immediatamente prosciolti per insufficienza di prove.
Le indagini sono state riaperte nel 2003 dopo le dichiarazioni di alcuni pentiti. Ad oggi l'omicidio di Tonino ancora non ha ricevuto giustizia.

Vincenzo Grasso

Piccolo imprenditore nato, vissuto ed ucciso a Locri il 20 Marzo 1989.
Un uomo onesto e gioviale che credeva nello Stato.
Per anni ha denunciato le richieste di estorsione ed ha subito intimidazioni ed attentati alla sua attività, viene ucciso sul portone di casa alla fine di una giornata di lavoro.
La famiglia si costituì parte civile nel processo contro ignoti il caso è stato archiviato.
Nel Marzo 1997, alla sua memoria, il Capo dello Stato ha riconosciuto la medaglia d'Oro al Valor Civile.

Renata Fonte

assessore repubblicano assassinata nell'84 sotto casa a Nardò, provincia di Lecce. Aveva deciso di spendere la propria vita in un appassionato, intenso e instancabile impegno nella vita politica per la tutela e la salvaguardia del patrimonio culturale salentino e del nostro territorio.
È stata uccisa perché si opponeva alla speculazione edilizia del parco naturale di Porto selvaggio.
È stato il primo delitto politico di mafia nel Salento.

Silvia Ruotolo

 Era l’undici giugno 1997.
   Silvia Ruotolo, 39 anni, tornava a casa alla salita Arenella, quartiere Vomero (Napoli), dove aver preso a scuola suo figlio Francesco, di cinque anni.
   Alessandra, la sua bimba di dieci anni, la guardava dal balcone, come ogni mattina.
   In un momento l’inferno: qualcuno sparò all’impazzata.
   L’obiettivo era Salvatore Raimondi, affiliato al clan Cimmino, avversario del clan Alfieri. Quaranta proiettili volarono dappertutto, ferendo un ragazzo e uccidendo sul colpo Silvia: una madre modello, di un “quartiere bene”, cadeva vittima di una guerra di Camorra.
 

Sergio Cosmai

   Lo uccisero il 12 marzo 1985. Andava a riprendere la sua bambina all'asilo per riportarla a casa, la casa demaniale del carcere di Cosenza,  di cui era direttore, quando i sicari colpirono. Non morì subito, spirò in ambulanza il giorno dopo, proprio all'ingresso di Bisceglie, suo paese natale.

   Si imboccò subito la strada giusta: fu ritrovata la macchina usata per l'agguato, una Colt Mitsubishi. Si cercarono testimoni. Lo fece un attento e scrupoloso funzionario della squadra mobile di Cosenza.

   Ventidue anni fa, quel funzionario non lo conosceva nessuno, oggi lo piange l'Italia intera: si chiamava Nicola Calipari. Molti non parlarono, alcuni furono vaghi, tutti dissero che non potevano riconoscere nessuno.

   Tutti, tranne un bambino di dodici anni, Giampiero Guido. Grazie alla sua deposizione, la polizia arrivò a Stefano Bartolomeo ed ai fratelli Dario e Nicola Notargiacomo, mai ai loro mandanti.

   I tre, furono assolti in appello ed in cassazione dopo essere stati condannati all'ergastolo in primo grado. Dieci anni dopo, i fratelli Notargiacomo, divenuti "collaboratori di giustizia", confesseranno. Solo ventuno anni dopo, il 28 ottobre 2006, la DDA di Catanzaro, individuerà il nome del mandante, già detenuto per altri omicidi, non per questo.

   Di Sergio Cosmai, restano oggi i nomi delle strade - a Bisceglie, in Calabria - quello di una Scuola elementare e di un torneo di tennis a lui intitolato.

   Resta anche altro: il rigore morale di quella figlia che quel giorno maledetto stava andando a prendere all'asilo e che oggi studia Giurisprudenza. Resta un figlio che non lo ha mai conosciuto e che porta il suo nome e ne avrebbe preferito un altro.

   Resta la capacità potente di parlare, malgrado l'assenza. Resta la memoria della sua storia, tragicamente simile a quella di molte.

menti

Giorgio Ambrosoli
 

Viene ucciso a Milano il 12 luglio 1979, sotto casa, di notte. Chi lo uccide non è un terrorista, è un killer prezzolato che lo uccide per il suo lavoro. Ambrosoli, avvocato civilista, esperto in liquidazioni coatte amministrative, aveva lavorato con grande competenza nella liquidazione della SFI, ed era perciò stato nominato in seguito commissario liquidatore della Banca Privata controllata da Michele Sindona, della quale nel 1974 era stata dichiarata l'insolvenza, e cioè il fallimento.
Sindona, fino ad allora, era il più potente banchiere privato italiano e il massimo esponente della così detta "finanza cattolica". Ambrosoli, giovane professionista (era nato a Milano il 17 ottobre 1933), di convinzione monarchica e liberale, impegnato a fare cultura più che politica, aveva il compito di ricostruire i motivi del fallimento e di recuperare il denaro distratto da Sindona.

continua

 

Antonino Caponnetto

Quando qualcuno gli chiedeva come dovesse chiamarlo,lui rispondeva ,mi chiami giudice,soltanto giudice;per i ragazzi,invece era nonno Nino
Padre spirituale e riferimento dell’antimafia,Antonino Caponnetto,chiese di essere trasferito a Palermo per prendere il posto di Rocco Chinnici all’indomani della sua uccisione.
Una delle cose in cui lui credeva è che per combattere la criminalità bisogna essere uniti e lavorare insieme;
A lui si deve, infatti, la creazione del pool antimafia di cui fecero parte ,fra gli altri, i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e che portò all’istruttoria del primo maxi processo a cosa nostra,
Strenuo difensore della carta costituzionale, con Dossetti lavorò ai Comitati in difesa della Costituzione .
Dopo la morte di Falcone e Borsellino che considerava suoi figli, dedicò il resto della sua vita a promuovere memoria ed impegno civile tra le giovani generazioni,portando l’educazione alla legalità ,di scuola in scuola da un punto all’altro della Penisola.
Nel 1995,fonda il coordinamento Riferimenti di cui sarà presidente fino alla sua morte avvenuta
il 6 dicembre del 2002.

 

Antonino Scopelliti
(...un giudice solo...)

Antonio Scopelliti, aveva 56 anni, quando fu ucciso.
Aveva sempre indossato la toga del pubblico ministero in processi importanti, da Milano aveva ottenuto il trasferimento a Roma per avvicinarsi alla natia Calabria.
Seguì una carriera prestigiosa, che lo portò ad essere il numero uno dei sostituti procuratori generali che sostengono l'accusa davanti alla corte suprema.
Era il magistrato nei maxi processi di mafia, camorra e terrorismo.
Quando fu ucciso stava preparando la richiesta di rigetto dei ricorsi per cassazione di pericolosi esponenti mafiosi condannati nel primo maxi-processo a Cosa Nostra.

"Ed oggi il giudice è solo con il nuovo brigante, il brigante con tanto di colletto e cravatta; il brigante che... partecipa alla vita pubblica, controlla la vita economica...;
il giudice è oggi ancora più solo perché sono cronaca quotidiana gli attacchi personali... le pesanti insinuazioni sulla sua correttezza, le campagne denigratorie...
ma il buon giudice sa che la verità ha più nemici che amici."

("Scopelliti, morte di un giudice solo"
di Antonio Prestifilippo)
 

Giovanni Bonsignore
 

Muore assassinato a Palermo. E' un delitto politico mafioso, ma atipico ed inquietante. Bonsignore infatti non è un uomo coinvolto negli affari di cosa nostra, né un magistrato, un politico, un poliziotto o un imprenditore che si è opposto al racket delle estorsioni. E' un tranquillo dirigente della Regione siciliana, estremamente rigoroso nel suo lavoro, un funzionario stimato che crede nelle regole della correttezza e della trasparenza amministrativa. Pochi mesi prima di essere ucciso, dopo un contrasto con l'uomo preposto al suo assessorato, ha subito un trasferimento punitivo che gli ha reso amari gli ultimi mesi di vita. Sul caso Bonsignore gravano "silenzi eccellenti"; sullo sfondo la tangentopoli siciliana e l'affare del consorzio agro-alimentare di Catania.

Libero Grassi

All'angolo di via D'Annunzio con via Alfieri, dove il 29 agosto 1991fu ucciso Libero Grassi, non c'è neppure una lapide, ed è l'unica che manca tra le tante incastonate sui muri di una Palermo che ha tanto sofferto.
Ogni mese d'agosto, in quella data, da undici anni, la moglie di Libero, ucciso dalla mafia per essersi ribellato al pizzo, fissa al muro una lapide di carta e dipinge di rosso il marciapiedi dove cadde il marito. È il sangue di Libero.
«Il 29 agosto 1991 - si legge su questo foglietto che è sempre uguale - qui è stato assassinato Libero Grassi, uomo coraggioso, imprenditore onesto, ucciso dalla mafia, dall'omertà dell'associazione degli industriali, dall'indifferenza dei partiti, dall'assenza dello Stato».

 

Giancarlo Siani

Aveva solo ventisei anni quando i sicari dei boss della Camorra, Valentino Gionta e Angelo Nuvoletta, decretarono la morte di un giovane ed appassionato cronista de “Il Mattino” di Napoli.
Era il 25 settembre 1985 ed il destino crudele della violenza della Camorra si abbattè su Giancarlo Siani. Pagò con la vita il coraggio di aver denunciato e svelato gli intrecci e gli affari che erano dietro coopertaive di detenuti che gestivano servizi presso alcune amministrazioni comunali i del napoletano. Ebbe il coraggio di scrivere sugli intrecci ombrosi ed oscuri del rapporto fra mondo criminale e mondo politico, Intrecci che sono la forza della criminalità e che ne rendono possibile la crescita e l’espansione.
I boss Valentino Gionta e Angelo Nuvoletta sono stati condannati quali mandanti dell’omicidio.
Un fulgido esempio di coraggio e di giornalismo contro che, vivo nella memoria del popolo onesto, deve indurre a continuare a combattere per una società libera dalle oppressioni delle mafie.

Paolo Borsellino


Paolo Emanuele Borsellino nasce a Palermo il 19 gennaio 1940.
In magistratura nel 1964, fu giudice istruttore a Palermo nel 1975 sotto la guida di Rocco Chinnici; con Emanuele Basile ,capitano dei carabinieri,lavora con successo alla sua prima indagine sulla mafia.
Nel 1980 Basile viene ucciso in un agguato mafioso;Borsellino inizia a vivere scortato.
Il 22 luglio 1983 un’autobomba uccide Rocco Chinnici.
Antonino Caponnetto chiede,da Firenze ,di prendere il suo posto all’Ufficio Istruzione e crea il pool antimafia ;Insieme a Giovanni Falcone ,Paolo Borsellino ne entra a far parte .
Nell’estate del 1985,a distanza di poche settimane,vengono uccisi Beppe Montana e Ninni Cassarà,funzionari di Polizia,stretti collaboratori dei giudici del pool; Borsellino e Falcone ,per motivi di sicurezza,vengono inviati insieme alle rispettive famiglie,sull’isola dell’Asinara per definire gli atti che daranno vita al primo maxiprocesso a Cosa Nostra.
Nel 1986, Borsellino viene nominato procuratore della Repubblica di Marsala da dove nel 1992 ritorna a Palermo come procuratore aggiunto.
Il 23 maggio, nella strage di Capaci, perde la vita il collega e amico d’infanzia Giovanni Falcone.
Borsellino continua a lavorare ,consapevole del suo destino.
Domenica,19 luglio 1992,,mentre si reca a far visita all’anziana madre in via D’Amelio,viene ucciso dall’esplosione di un’autobomba; Insieme a lui,muoiono dilaniati Agostino Catalano,Claudio Traina,Emanuela Aloi,Vincenzo Li Muli,Walter Cusina,suoi fedeli agenti di scorta della Polizia di Stato.

Giovanni Trecroci

docente, vice-sindaco di Villa San Giovanni ed assessore ai lavori pubblici aveva applicato nella politica quel rigore morale e quella serietà che lo facevano amministratore apprezzato ed allo stesso tempo interprete e portatore, forse inconsapevole, dei valori propri dello scoutismo, un impegno nel sociale e nella politica inteso come servizio alla città, impegno in famiglia e nella chiesa.Veniva ucciso il 7 febbraio 1990.

Davide Caprioli

Davide Caprioli nato a Verona il 3/02/1960.

   Ragazzo sempre allegro(mai visto arrabbiato). Il suo amore era la chitarra; ne possedeva parecchie classiche, spagnole, elettriche un bellissimo basso fender, ma ripeteva sempre che "l'arte non paga" ed allora il suo obiettivo era di diventare commercialista. Aveva aspettative e idee molto chiare; aveva già in mente di aprire lo studio vicino alla sua molto amata ragazza. Aveva compiuto studi liceali ed era al primo anno di economia e commercio qui a Verona; aveva già superato i 3 esami scoglio sui 4 del suo piano studi e tornava dalle vacanze per suonare la sera stessa con il suo complesso e per riprendere a studiare .

   Amava molto la vita e amava amare: era sempre disponibile per tutto e per tutti.

   Al paese della ragazza, portava i medicinali e la spesa a tutti gli anziani del vicinato e aveva tempo, anche, per aiutare in casa (stava finendo di impregnare tutte le tapparelle di casa ...e si era sistemato l'auto vecchiotta cambiandone i pezzi).

   Era in vacanza al mare a casa mia(allora abitavo ad Ancona)ed ho insistito io perchè partisse alla mattina del 2 agosto invece che alla sera del venerdì.

   Eravamo molto legati come fratelli e non passava sera

che non ci telefonassimo e ci scambiassimo le problematiche: era persona, anche se giovane, di grande riferimento e appoggio; mi e ci manca molto!

Quando la ragazza ci chiamò alle 10.55 circa del sabato 2 agosto stavamo uscendo di casa per recarci al mare. Ermanna disse che non trovavano più Davide e la stazione era scoppiata... dicevano che erano state le caldaie, ma quando siamo arrivati a Bologna per cercarlo, si respirava un odore molto acre e chimico.

   Ricordo quanta confusione e sensazione di silenzio che c'era! Lo sgomento sui visi della gente che invece parlava di bomba e piangeva incapace di rendersi conto di quanta barbarie poteva volere l'uomo.

   Davide era integro, a parte le bruciature ed il profondo solco dalla fronte alla nuca.

   Era gravissimo e fu trasportato al Maggiore in rianimazione dove morì dopo 2 ore.

   Se potesse parlare, si arrabbierebbe per quello che gli hanno fatto: gli hanno tolto il bene più prezioso che aveva "la libertà di vivere e di amare".

 

Marcello Torre

Marcello Torre (9 giugno 1932 - 11 dicembre 1980)

è stato un avvocato, penalista e politico italiano, ucciso dalla Camorra per ordine di Raffaele Cutolo.
Nato a Pagani (SA), sin da giovane fu membro attivo della FUCI e di Azione Cattolica, divenendo dirigente delle due associazioni.
Di fede cattolica, era un fervido aderente alle posizioni di Democrazia Cristiana, di cui frequentava la sede salernitana. Venne eletto delegato provinciale dei gruppi giovanili della DC per la provincia di Salerno, e nell'ambito dell'attività politica fondò una pubblicazione periodica di coordinamento tra le varie sedi dei gruppi giovanili.
Come esponente democristiano promosse un convegno sulla riforma agraria, che aveva assegnato la terra ai contadini della piana del Sele ma non aveva fornito loro i mezzi per avviare le attività, favorendo l'usura.
Nel 1957 venne scelto come consigliere nazionale per i gruppi giovanili della DC, attirandosi però antipatie all'interno dei gruppi salernitani che cercarono di estrometterlo, non riuscendo nell'intento.
Fu eletto consigliere provinciale nel 1960, prendendo la carica di vicepresidente; nel 1970 fu candidato per un posto nella Commissione elettorale del comitato provinciale della DC, ma non riuscì a conquistare il seggio per via di opposizioni interne.
Deluso, uscì dalla vita attiva del partito intraprendendo la carriera di avvocato e entrando nella dirigenza sportiva della Paganese Calcio, di cui fu presidente. Entrò anche nella commissione di giustizia della Lega calcio.
Nel 1980 fu eletto sindaco di Pagani: il 23 novembre dello steso anno il paese fu colpito dal terremoto dell'Irpinia, e Torre si oppose da subito alle infiltrazioni camorristiche nelle procedure di assegnazione dei primi appalti di ricostruzione, dichiarando apertamente le intromissioni.

Venne ucciso l'11 dicembre 1980, mentre usciva di casa. Per l'omicidio la Corte di Assise di Appello di Salerno il 10 dicembre 2001 ha condannato all'ergastolo il camorrista Raffaele Cutolo come mandante del delitto (assolto in primo grado), sentenza confermata dalla Corte di Cassazione il 4 giugno 2002. I giudici condannarono a 17 anni di reclusione Francesco Petrosino, uno dei killer del commando che uccise Torre. Rosetta Cutolo fu invece scagionata.
A Torre è dedicato lo stadio comunale, dove gioca la Paganese Calcio.
Subito dopo la sua morte, in memoria di Torre è stato istituito a Pagani il Premio Marcello Torre, un'onorificenza che premia annualmente l'impegno civile e l'opera di denuncia della criminalità. Il premio è patrocinato dalla presidenza della Repubblica Italiana.

Si muore perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande .

Si muore spesso perchè non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno.

La mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non é riuscito a proteggere.

Giovanni Falcone

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