DA “ I
SICILIANI”
(APRILE 1993)
Il primo dei
quattro cavalieri del lavoro catanesi ad approdare in Calabria per i
suoi affari fu Francesco Finocchiaro, che negli anni Settanta ebbe
in appalto la costruzione degli Ospedali Riuniti di Reggio Calabria.
I Costanzo sbarcarono in Calabria, intorno al 1975, per la
costruzione della Liquichimica di Saline Joniche. Il complesso
industriale doveva sorgere in Sicilia. Ma dopo la “rivolta di
Reggio” il governo decise di dare un contentino ai calabresi. E
nell’ambito di una serie di provvedimenti denominati “pacchetto
Colombo”, dal nome dell’allora ministro dell’Industria, Emilio
Colombo, furono stanziati anche trecento miliardi di lire per la
costruzione di uno stabilimento che avrebbe dovuto dare lavoro a
mille persone circa.
I Costanzo, in consorzio con altre ditte, si aggiudicarono
quell’appalto. Poi lo diedero in subappalto agli Iamonte, che erano
i capi dell’organizzazione mafiosa del comune di Montebello Jonico e
di Melito Porto Salvo, e ai quali più tardi fu affidata anche la
gestione della mensa aziendale.
Gli Iamonte, legati al capondrangheta Mico Tripodo - compare
d’anello di Salvatore Riina - detenevano il controllo delle attività
economiche della zona. Proprietari di un distributore di benzina e
di una macelleria, possedevano anche, in forma diretta o indiretta,
alcune imprese attraverso le quali dettavano legge in campo
edilizio.
La sera dell’11 novembre 1982, nel ristorante “Il Laghetto” di
Saline Joniche, si svolse una cena alla quale presero parte i
dirigenti del gruppo Costanzo, il figlio del boss Natale Iamonte,
Giuseppe, più volte inquisito per omicidio, e Gaetano Evoli, altro
mafioso del circondario, braccio destro degli Iamonte.
Dopo l’appalto della Liquichimica i Costanzo avevano ottenuto quello
per la costruzione di un altro enorme complesso, le “Officine Grandi
Riparazioni Ferrovie dello Stato”, per il quale era stata prevista
una spesa di trenta miliardi di lire. E dopo quella cena al Laghetto
i costruttori catanesi cominciarono a rifornirsi di calcestruzzo
dalla “Gercam”, di proprietà degli Iamonte.
I rapporti tra gli Iamonte e i Costanzo furono denunciati dai
carabinieri di Melito Porto Salvo, che nel rapporto del 23 novembre
1983 sottolineavano la pericolosità sociale del clan con il quale
gli imprenditori catanesi erano scesi a trattative, delineando il
clima affaristico-mafioso che si era venuto a creare, e che toglieva
ogni possibilità di lavoro a imprenditori puliti.
Era intanto entrata in vigore la legge Rognoni-La Torre. Gli Iamonte
avevano perciò deciso di sciogliere la “Gercam”, e di costituire
un’altra società, formalmente intestata ad altri, in cui assumere un
ruolo più defilato, continuando però a mettere le mani su
concessioni, appalti e subappalti relativi a tutte le opere
pubbliche che dovevano essere realizzate in quella zona.
La “Gercam” fu così sostituita dalla ditta “Fontana”, dalla quale i
Costanzo continuarono tranquillamente a rifornirsi di calcestruzzo.
È di quegli anni l’inchiesta del giudice Agostino Cordova sul
traffico di armi e di stupefacenti e sui collegamenti tra la mafia
catanese e quella reggina.
Il clan mafioso allora egemone sulla città di Reggio Calabria era
quello che faceva capo a Paolo De Stefano, ‘ndranghetista dalle
importanti relazioni politiche e sociali, assai religioso, generoso
coi poveri e coi senzatetto. Costui era in ottimi rapporti con i
suoi colleghi siciliani, in particolare con Nitto Santapaola.
Una volta, a causa dei forti controlli nella città etnea, era stato
necessario far sbarcare in Calabria un carico di droga proveniente
dal Medio Oriente e destinato al clan Santapaola. Paolo De Stefano
si era allora interessato di corrompere alcune guardie di Finanza, e
la droga era stata fatta sbarcare nel porto di Saline Joniche, per
la cui costruzione gli Iamonte avevano ottenuto in passato ricche
commesse.
In cambio del loro placet e del loro aiuto, i De Stefano ricevettero
dai loro amici catanesi tre tonnellate di hascisc e alcune casse di
mitragliatori Kalashnikov, anche se poi tra le due bande vi fu una
specie di litigio su chi dovesse pagare le guardie che avevano
chiuso un occhio.
Gli appalti, oltre al traffico di armi e droga, alle estorsioni e ai
sequestri di persona, erano la passione dei De Stefano, che non
erano ancora entrati in guerra con gli Imerti di Fiumara, e anzi ne
erano alleati nella partecipazione a quel sistema di potere che
aveva in mano il destino della città.
Il nome di Paolo De Stefano compare, accanto a quello di Nitto
Santapaola, del cavaliere del lavoro di Catania Gaetano Graci nel
rapporto giudiziario del 5 novembre 1986, con il quale i carabinieri
di Reggio Calabria denunciavano l’intreccio politico-mafioso in cui
si inseriva la vicenda del porto di Bagnara Calabra.
Nel marzo del 1981 il Genio Civile di Reggio Calabria, dipendente
dell’Assessorato regionale ai Lavori pubblici, aveva indetto la
prima gara d’appalto per la costruzione del porto di Bagnara
Calabra. La gara era stata vinta dall’impresa del cavaliere del
lavoro Carmelo Costanzo. Poi però era stata annullata per via
dell’eccessivo ribasso effettuato dai Costanzo.
Ci furono allora feroci polemiche da parte del Genio civile e
dell’Assessorato ai Lavori pubblici nei confronti di un imprenditore
locale, l’ingegnere Gennaro Musella, che venne accusato d’aver fatto
annullare la gara con un esposto alla Procura della Repubblica.
L’ingegnere Musella aveva, infatti, inviato alla Prefettura di
Reggio Calabria un esposto con il quale denunciava le connivenze
dell’Assessorato regionale dei Lavori pubblici e del Genio civile
dipendente con imprese siciliane sulle cui attività aveva indagato
il generale Dalla Chiesa.
Musella possedeva, in prossimità del litorale di Bagnara, una cava
di massi - la cui fornitura era prevista dal capitolato della gara
d’appalto - e un’impresa estrattiva. Era quindi interessato alla
costruzione del porto. Si sentiva un candidato naturale. Si
apprestava a partecipare alla seconda gara d’appalto che era stata
intanto indetta dalla Giunta regionale.
Il 3 maggio 1982, l’ingegnere Musella venne ucciso in un attentato
dinamitardo. Venticinque giorni dopo si svolse la seconda gara
d’appalto per la costruzione del porto di Bagnara. L’assessore
regionale ai Lavori pubblici, estromettendo il tecnico competente,
aveva avocato a sé la presidenza della gara. Tra le dieci imprese
partecipanti risultò vincitrice quella del cavalier Graci, con un
ribasso del 9,95%. L’assessore regionale ai Lavori pubblici affidò
dunque la direzione dei lavori al geometra Eugenio Chisari -
indicandolo però come ingegnere nei moduli di consegna.
Seguì un ricorso al Tar della Fondedile Spa, che aveva preso parte
alla gara d’appalto con un ribasso dell’11,65%. Alla Fondedile si
unirono, in quel ricorso, le ditte Chiodoni e Bianchi.
Il ricorso venne respinto perché “tardivo e infondato”. Intanto,
però, il cavaliere Graci aveva trovato un accordo con le imprese
Chiodoni, Bianchi, Fincosit e Grassetto. E nel maggio dell’83 fu
costuita, con l’assenso dell’assessore ai Lavori pubblici e
dell’intera Giunta regionale, un’associazione temporanea di imprese,
in violazione dell’articolo 20 della legge 584/77 che vieta
l’associazione tra imprese dopo l’aggiudicazione della gara da parte
di una di esse.
In seguito una commissione d’inchiesta fu chiamata ad accertare i
reati amministrativi e penali commessi in ordine alla costruzione
del porto di Bagnara, e proprio in quel contesto il presidente della
commissione inquadrò il delitto Musella.
Il rapporto con cui i carabinieri di Reggio Calabria denunciarono
Graci, l’assessore regionale ai Lavori pubblici, Nitto Santapaola,
Paolo De Stefano e altri per associazione mafiosa fu esaminato
nell’ambito di un procedimento penale che si aprì in relazione al
porto di Bagnara. Non fu invece esaminato nel processo per
l’omicidio Musella, che venne ben presto archiviato. Adriana Musella,
figlia dell’ingegnere assassinato.
Riccardo
Orioles |